Peccati veniali

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Flutti di nebbia tra alberi consunti, fari stondati ad abbagliare i campi, trattori precoci, galaverna che al solo sentirne parlare vagheggi. Buio, il buio confonde asfalti e terreni, stamane.

Mi si è rotta la macchina. Un’attempata Agila dura a respirare. “Era ora che cambiassi”, il parere di tutti. Il distacco più doloroso da quando ho finito i Karamazov.

Quell’auto, che ha perfino incontrato mio nonno (“Che strana, Pullu, è un furgone?”), ci ha guidato alla crescita quale cantuccio caro e fidato.

Ultimo baluardo della nostra vecchia vita, sprazzo di Liguria marchiata GE sulle terga, circolava per le strade di questo Piemonte che ci ha fatto così male, che pian piano ci entra nelle viscere.

L’esplosione il martedì: una spia sibillina ma neanche troppo, il fanale prende a piangere olio e poi stop, fumata bianca, demolizione e avanti col nuovo papa. Conservo l’antenna sbilenca in borsa.

Ho incontrato Piero pochi giorni dopo, vagavo mesta tra concessionari impavidi. Piero Agila, così battezzato, è una C3 Picasso dal respiro diesel, un elefante irsuto che offre alloggio a chitarre e zaini e ci ha accolto come il primo amore. Disciplinato seppur tardo di comprendonio, i ragazzi già l’adorano.

Meno di una settimana e l’antica auto è dimenticata. Temevo di farne una malattia, per quel che patisco i distacchi.

Venti minuti spartiti in treno, in coda o su una panchina, venti minuti e mi affeziono all’altro da “non ti scordo più”. Peccato veniale se due giorni dopo vige l’oblio, l’intenzione era genuina.

Coi libri non sono così volubile, non subito almeno. Siamo puttani nostro malgrado, soffriamo da far impallidire i tragici e poi si ricomincia da zero, manco da tre come faceva Troisi.

Il trasferimento non è stato semplice, separarsi dal mare strappa i sensi. Ho dato una connotazione a questa cittadina di pianura, l’ho immaginata come sarebbe piaciuta a Steinbeck, a Mc Carthy, a Haruf o a Camon, poi l’ho declassata a luogo di attività e impegno, se vogliamo di abitudine. E va ad aggiungersi alla mia Genova, a Imperia, a Ittiri, Gressoney, Innsbruck.

Tanti posti nel cuore rivelano la mia incostanza.

Quanti ritorni adolescenziali passati a fantasticare su incontri mancati e verità incompiute: rapporti svenevoli e amicizie fraterne, evasioni notturne complice il pianterreno, autostop lungo strade immaginate. La musica eccitava i miei miraggi, vedevo convegni con certi amanti che non c’erano.

Una volta una lieve cotta, un tizio più romantico del presunto, ha percorso chilometri per aspettarmi sotto casa. Ma le sorprese, si sa, meglio lasciarle ai bambini: quando l’ho visto sono scappata senza farmi vedere, la realtà non ammalia come il sognato. Me ne vergogno, sia chiaro, e se c’è giustizia sarà stato ripagato.

Da ragazza vantavo la bontà dei miei sentimenti: “IO fedele al compagno o all’amica per affetto, non per necessità; IO che conosco gli abissi delle emozioni; IO che i legami nascono spontanei, piuttosto crepo di solitudine”. E sola restavo, a fissare le nubi che si dimenavano sotto il manto di Alice dei Cocteau Twins, col mio vano orgoglio e il desiderio di essere ovunque, chiunque lontano da me.

Alice colonna sonora di Io ballo da sola di Bertolucci, Alice che bagna gli Amabili Resti di Peter Jackson (film tratto, peraltro, dal romanzo della scrittrice Sebold, che di nome fa proprio Alice).

Ricordo un pomeriggio nel cortile della Casa dello Studente, sdraiata su una panchina tra cumulinembi a folate e freddo mordace; la vetrata oltre me prometteva sorrisi, caffè e carta sottolineata, giochi di carte e quell’odore tipico di uno stanzone sovrappopolato.

Ero sola là fuori, prima goccioloni poi pioggia, a implorare quel cielo di non cadermi in testa. Nelle orecchie fluiva Alice, ális, alìs come uragano che sfigura il mondo, alìs spirito cupo che sbrana case e abbuia pianeti, alìs da farci stringere l’un l’altro finché alìs non se ne va. Alìs percorre oceani  interdetti, alìs abbraccia anime e raccolti, alìs cui è gradito l’uomo, alìs che porta, invisa, catastrofi e incolore. Tutto sbiadisce nella morsa di alìs, alìs che chiede ancora umanità.

Chissà come sembravo, a quegli studenti. Mi sentivo matta, nascondevo in tasca una follia che a ogni nota Alice smascherava.

Cercavo alìs, cantavo alìs così forte, nella mente, che qualcosa sarà pur trapelato. Volevo dirle non sei sola, insieme soffriremo meno. Credo si sia accorta di me, alìs.

Finita l’estasi rientravo in aula, desnuda dentro ed esposta nei miei gesti.

A ripensarci gli altri m’ignoravano, presi come siamo a schivare indifferenze che scambiamo per giudizi. E la palla che invecchiando si migliora non regge: per quanto mi metta alla prova, certe paure persistono.

– Ti sentirai sempre inadeguata, a ragionare così.

–  C’è poco da ragionare, nasco outsider e tale resto. Poco cambia che sia per ceto, aspetto, prospettive o auspici. Ma ora va meglio.

– Te ne freghi?

– No, ma l’incertezza è più leggera.

– Cioè?

– La mia prof pretendeva cinquanta lire per ogni “cioè” che dicevamo in classe.

– Pace, fammi un esempio.

– Ora mi sento fuoriposto per cavolate, che so, per l’età: sono a disagio con le Converse e i jeans strappati, o se faccio ciao ciao con la mano. Eppure capita d’incontrare vecchiette che salutano così, si sbracciano come facevano da bambine, e sono stupende. Allora compenso con cose da grandi, magari con un taglio di capelli…

– Ah, volevo dirtelo, come ti sei conciata…

– Non me ne risparmi, eh? Capelli lunghi e look sbarazzino attiravano le attenzioni e la delusione di ragazzi…

– Lo ripete mia mamma: “Dietro liceo e davanti museo”.

– Va’ a fare qualcosa, va’!

Anch’io riprendo a scrivere, ho giusto un raccontino su una fresca, spigliata, sfortunata anziana che…

Viaggio con Tolstoj

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Photo by Plamen Agov – studiolemontree.com – CC BY-SA 3.0

La settimana scorsa ho conosciuto una coppia insolita. Nelle loro torrette arroccate su un’altura impervia niente tv né social, internet solo per servizio e cibo a chilometri dieci; quei due non fumano non eccedono si divertono q.b., leggono suonano e padroneggiano cinque lingue l’uno.

Lui, geologo girovago per professione, ha diretto gestito orientato e incaricato fino al logoramento; ora obbedisce a lei sola, a un ingegnere di testa e di talento che l’ha investito della gerenza domestica.

Smarrita in un distanziamento boschivo reso surreale da sedili diffusi, tra un bignè e una slerfa de fugassa ho apprezzato gli spunti al femminile sulla sicurezza nei cantieri e le avventure fiabesche del geologo ammaliatore.

Si sofferma sulla Georgia lui, intervallandosi con domande di cultura generica che pungerebbero, se non intercedesse la compagna suggeritrice. Georgia e tradizioni che a me, non glielo dico, ricordano la Sardegna di qualche decennio fa; Georgia tra Caucaso e Mar Nero, dove le donne comandano purché non si sappia in giro; Georgia e innovazione, spiega, senza la paura nostrana d’ipotecare il tempo.

Ascolto estasiata finché non si blocca a redarguire me, proprio me che non do adito:

– Vorrei, vorrei non fai che ripetere, vorresti andare ovunque. Perché non scegli un posto e parti?

Sterminati attimi d’angoscia e bofonchio:

– Non tutti hanno la fortuna di viaggiare per lavoro, anche sognare è un po’ partire.

Da sognare in poi non dev’essersi capito un granché, tanto ho bisbigliato.

Ma è bastato, lui scalpita pronto al galoppo. Lei gli stringe la cavezza:

– Sono d’accordo, desiderare ci avvicina a possedere. Tra figli e impegni non è facile spostarsi. Quando sarai più libera, recupererai.

Amen. Non l’ha convinto, se si è accanito sul pecorino ai gelsi mulinando occhi ancora accesi. A fauci di nuovo vuote, ha ripreso la carica:

–  Se potessi partire oggi, dove andresti?

– Te l’ho detto, sono tanti i posti che prima o poi…

– Scegline uno e bon, troppi progetti sono zero successi.

Credo gli sia arrivato un calcio sotto il tavolo, e lei ha chiuso il discorso:

– Non lo dice certo a uno zotico come te, –  mi ha fatto l’occhiolino e ha cambiato argomento.

Un gran bel pomeriggio senza altri intoppi, ma due pensieri hanno preso a rimbalzare nel flipper della mia testa:

1 – Troppi progetti sono zero successi.

Forse il geologo ha ragione, anche per scrivere devo eliminare il resto. Ha battuto e ribattuto sulla programmazione a lungo termine: scegli un progetto, guardalo nascere ma immaginalo tra cinque anni, non lesinare sul tempo. Se poi non è destino i giorni e le settimane si contrarranno da sé, si dilateranno, spariranno. Tu intanto osa. E resta fedele a quella sola idea, che gli altri corrano pure dietro a mille gonnelle.

2 – Se potessi partire oggi, dove andresti?

Cercherei un posto al quale appartenere. Per sentirmi a casa, tra chi prova e pensa come me, senza brama di scappare ancora, la finestra aperta a respirare un cielo che accomuna. Invece niente mura a proteggermi, nessun paese si carica della mia pena; quando cade il buio, non c’è colonia umana a comprendermi.

Ricordo una frase di Pessoa, o forse non la ricordo così bene se non esce neppure su internet. Dovrei controllare i volumi nella libreria, scaffale in alto a destra; no, lascio perdere. La frase recita: “Vorrei essere ogni uomo in ogni luogo”. Ecco dove andrei, oggi: ovunque e nei panni di chiunque. Infiniti modi di essere e di vivere.

Ma resto sempre a qualche passo di distanza, e l’altro, qualunque altro, lo percepisce.

Lo so, sto barando, il geologo peregrino non intendeva questo.

Parto per un viaggio, uno solo. Non so scegliere. Mi affido per la prima volta a Google Earth, pare sia meglio di Maps. Schiaccio a caso, un mappamondo 3d piroetta sul monitor. Clicco ancora e la Terra smette di girare, due clic e s’ingrandisce. Che figata, senso orario, antiorario, su e giù, again and again.

Mi do tre possibilità, due le scarto e una è mia. Sembra la Ruota della Fortuna, chissà dove finirò. Zoom e si legge qualche nome, villaggi dal doppio carattere occidentale e arabo. Allargo allargo allargo, sono in Ciad: Zouar, Iriba, Adré, Kaouda, piccoli agglomerati nel deserto di case basse e recintate; ancora giù per altipiani e savane, Mongo, Abou Deia, Sarh, Bokoro, Mao fino al lago Ciad, quindi raggiungo la capitale N’Djamena, sul fiume Chari. Neanche a N’Djamena funziona lo Street View, qualche foto di una città recente e polverosa, cambio aria.

Giro ancora la ruota, giro giro e poi fermo il mondo. Firenze?! Non mi sembra il caso, la conosco abbastanza. Ultima chance: gioco la carta ”mi sento fortunato”, Google Earth sceglierà per me.

Vado, vado… ma come, in Bulgaria?! Sognavo la Norvegia, Berlino, Tokyo!

– E perché non ci sei andata?

– Non t’impicciare, confidavo nella sorte. Però in effetti… perché non ho scelto io? Sempre la solita storia: lascio che gli eventi seguano il loro corso e poi mi lamento; forse se avessi…

– Comunque in Bulgaria si mangia bene. Ho visto una trasmissione, fanno un kebab buono buono e gli involtini col formaggio sono invitanti, e poi la polenta…

– Va bene dai, vediamola questa Bulgaria. Fossi almeno capitata nella bella Sofia, o a Plovdiv, tra moschee e anfiteatri romani. Niente, sono a Svilengrad, giù giù al confine con Grecia e Turchia, in pratica un casino. È un posto tristemente noto perché da qui passano i profughi siriani che risalgono dalla Turchia, vengono raccolti col loro fardello, tanto dolore e poca fiducia, nei centri di smistamento in zona. Faccio un giro, ricordo immagini televisive, ho un groppo in gola, piango.

Se le scritte in alfabeto cirillico inquietano, lo STOP rivela cartelli stradali leggibili, procedo più spavalda. Cambio quartiere, supero una scuola, raggiungo uno dei peggiori hinterland mai visti – e dire che io nasco come randagio di periferia, –  degrado che sgretola prefabbricati, cortine e radar parabolici. Ma a incupire è la ruggine che cola, ruggine sorella di miseria e incuria. Un cane fulvo fissa l’obiettivo Google, supplica portatemi via. Gli alberi sono secchi e non c’entra l’autunno. Mancano asfalto, pattumiere e auto.

Esco miserere dal sobborgo, cuore sospeso e silenzio scialbo, saluto con conforto un minimarket. Earth non va oltre, dietrofront, di nuovo lo scempio. Rivedo ruggine, muri scorticati, balconi in gabbia, sbarre divelte. Frontiera di fatto, ricomincia l’asfalto con aiuole e villette, cancellate e giardini. Tinte vive, perfino il cielo – bontà di Google – ha cambiato umore. Nel parco giochi siepi potate, lanterne a boccia, bidoni gialli, plotoni di panchine. Tutto è pulito e riluce, viene il magone se penso a dietro l’angolo.

Dov’è il sindaco, che gliene dico quattro?

Costeggio la Mariza che scorre algida, chiedo a un tizio dal buon inglese: benvenuta a Svilengrad, visita il Ponte Vecchio. Annuisco finché non mi indica il municipio.

Eccolo, coi lampioncini che manco il Café de Paris a Montecarlo, solo che l’edificio è basso. Il sindaco mi riceve quando minaccio rimostranze al console, ma non capisce il mio parlato – finge? – e mi liquida con due bazzecole.

Zdravej ciao, Kolko struva? quanto costa? – è quanto imparo in poche ore.

M’intriga questa Bulgaria, ne percepisco il richiamo. Raggiungo il Mar Nero, distretto di Burgas, è qui che intendo muovermi.

I personaggi prendono voce, si tratteggiano prudenti i volti. Le vie di Nesebar fanno un po’ vacanza, a Tsarevo dormo sulla spiaggia. Ora anch’io ho un posto che mi vuole, è quel villaggio che blandì Tolstoj legando il nome allo scrittore russo, merita indagini. Mi fermerò per qualche mese o anno, resterò ospite di Varvara e Pavel.

Solo lì vorrei andare, risponderei oggi al geologo.

– Se va bene quello se n’è già sparito in Adzerbaijan.

– Buon per lui, avremo tanto da raccontarci al rientro.

Intanto parto per Yasna Polyana, e stavolta viaggio con Tolstoj.

Io mi arrendo

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Mattino smunto nel cantuccio di Piemonte che mi ospita da due anni, spiove nebbia e il cielo è di un grigio appiccicaticcio che nasconde montagne solide, lo detesto. Pioggia e fresco laborioso, settembre inoltrato infonde coraggio e progettualità anche a chi, come me, è più guardingo. 

Farò programmi e avrò un autunno, forse meno governabile dei precedenti ma in fondo sono gli imprevisti a forgiare le giornate. Quest’anno ancor più inutile – se mai abbia avuto senso – sì, inutile volere tutto sotto un controllo, beffare se stessi tracciando agende o calendari: priorità ed eventi resteranno vivi solo su carta, se il destino siederà di traverso.

Eppure mi ostino a imbottigliare la vita in una botte mai ebbra, ore anziché litri, e a tapparla ottimista per conservare ogni voce senza farla scappare, un po’ come Ursula nella Sirenetta Disney. Non mi accorgo, giorno a giorno, che l’alcol evapora, l’ossigeno altera, e ritrovo un contenuto che non è più lo stesso.

Uguale quando scrivo, devo aver già immaginato tutto. Settimane a progettare e pianificare e pazienza se per qualcuno è deplorevole o uccide la creatività, non so fare altro neanche per accelerare; sentirei di nuotare a riva. Ma la stesura non va mai come ho stabilito, basta un concetto a stravolgere la costruzione che l’ha preceduto e la pattumiera guadagna pagine a palate.

Amo documentarmi, raccogliere informazioni che chissà se mai userò, accarezzare migliaia di fogli che contribuiranno a scrivere poche righe e a volte neanche quelle.

Ho un sogno, temo poco originale ma lo inseguo da che io ricordi: sigillarmi per mesi in una biblioteca solo mia. Porterei scorte d’acqua e viveri, quaderni a righe fuori misura, penne nere blu rosse Pilot BP-S fine (col cappuccio e non a click, le stesse dai tempi delle medie), biancheria e jeans e maglie scure. E trenta pezzi della mia musica preferita, classica punk rock pop metal rap etnica e via dicendo – tutto tranne il jazz, che trasforma la mia ignoranza in frustrazione ma prima o poi rimedio. Metterei a oltranza un brano al giorno, tutto il giorno per un mese di fila e poi si ricomincia, un solo motivo fino a consumarne ogni sfumatura emotiva.

Un’unica sala con libri alle pareti fino al soffitto, organizzati da una mente superiore e a me benevola: per lo più testi che possano piacermi, servirmi o influenzarmi, un angolino di pinzillacchere consolatorie e qualche tomo antico a profumare l’aria. Tre tavolate massicce e lampadari a paralume, uno scrittoio Luigi Filippo (questo l’ho cercato su internet, non me ne intendo) affacciato sui romanzi ottocenteschi e il letto, essenziale, in una nicchia a parte. Un bagnetto con doccia e una cucina senza pretese, bon.

Fuori dalla biblioteca vorrei un chiostro da condividere con una piccola comunità di monaci, magari il chiostro di San Matteo a Genova, quello dell’Abbazia di Staffarda o della Certosa di Pesio, che con la neve è il mio rifugio. Ma basterebbero anche i resti di una chiesa sconsacrata, il cortile porticato di una cascina in disuso o le fondamenta di un edificio demolito, insomma un tracciato che accompagni il fluire dei miei pensieri.

Quando attraverso la fase acuta della scrittura, i monaci per me rappresentano un modello di organizzazione: mi alzo alle 5.20 e seguo una tabella che riprende la loro suddivisione della giornata, alternando lavoro manuale e intellettuale, ed emulo il rigore dei loro passi fino alle 21, ora in cui mi corico soddisfatta.

– Ecco che abbiamo la monaca di Mon…

– Silenzio, non adesso! Dicevo…

Il percorso che il chiostro offre è vitale per fantasticare.

Quando vivevo a Imperia percorrevo tutte le mattine lo stesso tragitto, schivando scelte e divagazioni: da Piazza Roma scendevo lungo via XX Settembre, noncurante degli ambulanti il giovedì o dei contadini il martedì, delle ciarle da bar e degli effluvi da panetteria.

Tiravo dritta fino al Duomo e mi arrampicavo al Parasio, così simile alla mia Genova. Oratorio di San Pietro che spia il Monte Calvario, mare mare per le Logge delle clarisse, crêuze ripide che se non stai attento ruzzoli cosce all’aria e passeggiata a strapiombo fino agli anziani che giocano a Cirulla in piazzetta.

 Ancora: passi svelti per Borgo Marina e i suoi fari, dondolio incantatore dei natanti e strilla dei pescatori che annodano le reti; ultimo sforzo ed ecco casa.

Non ho mai dato per scontato i posti in cui ho vissuto, ma ora che sono lontana apprezzo di più quelle passeggiate, aggiungevano pezzi alle mie storie: era come guardare un film, poi rientrare e riassumerne trama e personaggi. A volte mi sembrava di plagiare il lavoro altrui, tanta era la precisione con cui i racconti si delineavano in me.

Dal trasferimento non ho ancora trovato un percorso simile, né un mio ritmo di scrittura costante. Sarà perché camminare col freddo è faticoso, perché non conosco le zone e mi distraggo o perché ho paura di cimici e altri insetti che qui abbondano.

Così mi sono organizzata in soggiorno, dispongo a terra vecchi numeri di Topolino a formare un grosso rettangolo – lo facevo anche da piccola per delimitare la casetta immaginaria, mi sentivo invisibile come quando piove – e seguo il…  

– Conosco un bravo psicologo.

– Basta, mi distrai.

Seguo il tracciato esterno del quadrilatero di giornalini, tra i monaci apparenti che riflettono senza badare a me. Circumnavigo il chiostro finché non germoglia l’idea, e cresce, e rotola come balla di fieno.

Insomma, quando i sogni non si realizzano bisogna darsi un’alternativa. La mia scrivania si trasforma nello scrittoio silente della biblioteca, gli operai che alternano pausa e lavoro sulle impalcature diventano religiosi che seguono la rigida regola del loro Ordine, stampanti e traffico si arrendono a un muto brusio.

Solo così porterò avanti i miei progetti senza affibbiare colpe, sistemerò la traccia del romanzo che vorrei scrivere (incompleta, incoerente e troppo lunga per risultare utile) e butterò giù due raccontini che ho in mente.

Ma un autunno non è autunno senza una wishlist di libri. Data l’incertezza del periodo, preferisco muovermi a breve termine e segnare giusto qualche titolo per ottobre (chiedo scusa a Haruki Murakami, a John Williams e a tutti gli autori che ho illuso, recupereremo a novembre):

# Mentre morivo di William Faulkner.

# L’ultimo inverno di Rasputin di Dmitrij Miropol’skij.

# Nikolaj Gogol’ di Vladimir Nabokov.

# Cinque racconti di Ambrose Bierce.

# Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio di Remo Rapini.

# Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli.

# Codici & segreti di Simon Singh.

– Tra i fioretti non dimenticare di mettere il piumone al letto, o quest’autunno altro che sogni…!

Stavolta ha ragione, piumone al letto e scorta di tè e dolcetti alle mandorle. Ma soprattutto devo recuperare la mia instancabile clessidra da un’ora, che non concede una seconda possibilità neanche a se stessa.

Scrivi mi dice, scrivi mi canta, scrivi sussurra, scrivi bisbiglia ogni granello che pascoli.

E io mi arrendo.

Questione di virgola

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Ho perso un quaderno prezioso, un quadernetto blu-mediterraneo, comprato qualche anno fa in Grecia,  sul quale avevo annotato la storia – vera o pensata – delle facce e dei posti incrociati tra Delfi, Olympia, Corinto, Epidauro, Micene, Eleusi fino ad Atene.

Delfi ti cambia la vita.

La sera prima di salire al santuario di Apollo ceno in una tipica taverna di paese, mi raccontano miti che riascolto con piacere. Giro per le strade polverose tra pullman che non trovano requie, botteghe di formaggi sottovuoto e bazar di souvenir prevedibili. Compro per sei euro una radiolina a batterie. Sul balcone dell’hotel ascolto musica notturna a km zero, la piana fino al mare richiama gli eserciti che si sono fronteggiati nella prima guerra sacra, duemilacinquecento anni fa.

Cerco una domanda da porre alla sacerdotessa Pizia, ma devo formularla bene o sprecherò l’attimo. Al di là della risposta più o meno pregnante, a me interessa proprio la domanda, quel dubbio vitale che nell’antichità mi avrebbe fatto rinunciare a giornate lavorative, percorrere chilometri e chilometri a fatica, pagare tributi onerosi pur di ottenere un responso non per forza risolutivo. Voglio una domanda inespugnabile, che non lasci scampo all’oracolo ed esprima quell’unico desiderio che rivolgerei a un astro cadente.

E così, in una tiepida mattina primaverile che avrei voluto di due millenni fa, nascosta dietro un look maschietto alla Fantaghirò (le uniche donne che la Pizia accetti al tempio sono le pie comari che mantengono il fuocherello), col receptionist dell’albergo ad accompagnarmi, il mio quesito bell’e buono in tasca e una specie di saltacoda dei poveri, resto in attesa di un cenno.

Già, perché Apollo non sempre è disposto a dare consigli, neanche nei giorni stabiliti. I sacerdoti bagnano con acqua fredda una capra spaurita: se all’animale vengono i brividi il dio è sveglio e parlerà, la capra sarà bruciata e i presenti sapranno che la cosa si fa; se no, tutti a casa e alla prossima.

Fumo dal tempio, è andata.

Superata la giurisdizione di Athena Prònaia col suo ammiccante tempietto circolare, mi rinfresco alla fonte Castalia dove si purifica la Pizia prima delle consultazioni e ammiro il massiccio del Parnaso, tanto caro alle Muse e ai loro protetti.

Dopo negozietti di ex voto e laboratori artigiani, stretta tra le mura poligonali che a leggere tutte le scritte dei pellegrini si fa notte, vado zigzagando lungo la comoda e lastricata Via Sacra che attraversa il santuario fino al tempio di Apollo.

Mi arrampico tra pietre sacre, tempietti, tesoretti, cimeli e fotografi improvvisati fino alla meta, che chissà cosa doveva essere quando tutto sbrilluccicava di marmo, colori e metalli preziosi. Non degno di uno sguardo il museo, né il teatro: la domanda mi prude dentro e assecondo l’urgenza.

Al cospetto dei sacerdoti sono emozionata peggio che alla maturità. Domanda accolta, evviva! Mi purifico, offro sull’altare la focaccetta comprata in paese e pago il corrispettivo di un paio di sneakers. Mi tranquillizza leggere un familiare ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ, “conosci te stesso” (sì, la scritta che in Grecia campeggia sulle magliette col faccione di Socrate, proprio quella).

Entro nel tempio, c’è qualcosa di sinistro e non sono i pipistrelli. L’agnellino sbrandellato e puzzolente che porto con me viene cotto, distribuito e in parte sacrificato.

Devo aver fatto tutto per bene se i sacerdoti, senza sospettare che io sia femmina, mi portano nella stanza segreta della Pizia: due statue di Apollo, una pietra-uovo che sembra una pigna, memorabilia a profusione, fumo, penombra e odore di abete natalizio misto a carne all’uccelletto.

La Pizia, sul trespolo, sembra una milf in preda alle caldane. Bevo un’acqua che sa di piedi allo zafferano e formulo la domanda per Apollo. La donna scende in una spaccatura del terreno e dopo venti minuti riemerge così strafatta che i sacerdoti parlano per lei, trascrivono le sue parole e me le riportano.

Grata e appagata mi avvio all’uscita, ma vengo trattenuta: la divinità reclama ancora un dono. Mi rassegno a lasciare il pataccone d’oro della Prima Comunione, la Madonna che stringe in braccio Gesù Bambino. Ma cosa se ne farà poi Apollo…!

– Ecco dov’era finito, il medaglione. Quindi… hai avuto il tuo responso?

– Certo, l’oracolo ha sentenziato: “Le mine non affogheranno nell’aere quando seppellirai i defunti”.

– Che tradotto sarebbe…?

– Che andrà bene o che andrà male; che devo staccarmi dal passato o che non devo cambiare solo per compiacere gli altri.

– Contenta tu.

– È la classica risposta sibillina, il senso dipende dalla virgola.

– E dove la piazziamo questa virgola?

– Può stare prima o dopo “nell’aere”. Mi auguro che vada prima.

– Va beh, basta parlare di oracoli.

– Torno a scrivere.

– Ma davvero tutta questa pappardella su Delfi e non mi sveli La Domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto?

– Non prendermi in giro! E poi cosa te ne importa?

– Magari mi aiuta a capire La Risposta!

– Sparisci, va’!

La soluzione del quiz La Domandona tra una settimana.

Ho perso il filo

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ciccio filo

7,30 a.m., ultima domenica d’agosto che a quest’ora non sembra domenica. Appuntamento-caffè con un’amica per la quale rinuncio volentieri al sonno. Cammino fino al Parco Urbano, mascherina sul naso a mitigare il freddo e braccia che rimpiangono un altro paio di maniche.

Intorno Sabbia rossa e deserto alla Litfiba, Vento d’estate come per Niccolò Fabi e alcune facce da mandillä, i tagliaborse di De André, a farmi accelerare.

Il mare abbaia, raffiche solleticano musi canini, la macchia mediterranea spumeggia nell’aria. In lontananza centri storici, cattedrali e ciminiere da archeologia industriale. Chiome verdi si agitano come sulla testa delle sciure a teatro. Il sole protegge ancora la nostra estate umana. Tre uomini che corrono e ridono, sparute macchine dagli occhi rarefatti, biciclette coi polpacci arrugginiti.

Tutti si ignorano, tutti mi ignorano. Va bene così, non mi serve niente.

Ma se avessi bisogno?

Pochi giorni senza scrittura e sono scivolata via dalla storia. Non è questione di concentrazione, quella si ritrova. Se trascuro un progetto subentra una vera mancanza di confidenza, i personaggi si fanno muti e non arrivano più soluzioni. Tento invano di recuperare quella trama che sembra passata di moda, fisso idee impalpabili e scartabello tra vecchi appunti a caccia di benevolenza.

Il pensiero pretende devozione e io l’ho trascurato per la parola. La parola uccide il pensiero, ripetevo anni fa a chi mi disturbava sul treno. In effetti per quattro giorni sono scesa in spiaggia e ho parlato, parlato, parlato coi vicini di ombrellone, sul bagnasciuga, in acqua, alle docce, al bar. È stato piacevole, ma ho perso il filo.

Una volta ho scritto un racconto, Le mogli del mare, finito in un’antologia benefica curata da Andrea Franco. Le mogli del mare, tra difetti e ingenuità, narra di una lunga amicizia tra donne. Protagonista è il mare, padrone che attrae e respinge, nutre e fa soffrire, ricompensa e pretende sacrifici. Quel mare che giocando strappa un bambino ai suoi affetti.

Ieri in spiaggia ho letto il romanzo di un esordiente (Sa funtana ‘e s’ùlumu di Antonio Carta), ho fatto i cruciverba, ho giocato a Dobble. Il mare frizzante e corposo invitava a fidarsi. Acqua alle caviglie e al ginocchio, mi vedevo parte di un tutto festoso. All’orizzonte una mano mi chiamava entusiasta, avanzavo cauta nella bagna fredda.

Un movimento brusco tra me e le due signore coi cappelli di paglia. La coda dell’occhio snobba una massa grigiastra tra i flutti: “Non ci sono squali, sarà un secchiello”. Rapido spostamento d’aria e il papà ha già in braccio il tesoro smarrito, il fagottino di due anni che si azzuffava con la schiumetta per sopravvivere. Riecheggia un gran primo vagito. Noi tre donne inutili ci avviciniamo serie, colpevoli, e con noi una coppia di tedeschi sbucata da chissà dove. “Il bambino era lì e non l’abbiamo visto”, “Mi dispiace, non me ne sono accorta”, sembrano frasi di circostanza. Il papà annuisce distante, stringe forte la sua tragedia mancata.

Padre e figlio costruiscono insieme un castello di sabbia, passeggiano lungo la costa e siedono sul lettino a mangiare focaccia, la più buona della loro vita.

Ho fissato a lungo quella piccola magia. Il magone non mi ha dato tregua.

Magone da “avrei potuto” e “se almeno avessi”, lo stesso provato prima di Natale a Nizza. Sprofondiamo nell’indifferenza nostro malgrado, spesso solo per distrazione. O almeno, a me capita così.

Ma a Nizza è stato diverso, il rimorso mi accompagna ancora.

Resoconto.

Sto viaggiando al posto del passeggero, ne approfitto per guardarmi intorno. Intermittenze natalizie rischiarano una Promenade ignara di quel che già cova in Cina; bilocali design da riviste di architettura, hotel e maison di lusso, alberghi e boutique, giacigli e botteghe per chi può e chi meno.

Raggiungiamo un quartiere di auto e roba e gente accatastata, cose cose e cose ammonticchiate per le strade e sui balconi, quasi fossero la misura del benessere. La quantità non rende ricchi, qui è evidente.

Le luci si fanno misere, il supermercato appiccicoso resta aperto. Rallentiamo per un’auto in manovra.

Gesti rapidi attirano il mio sguardo. Due ragazzi sgualciti prendono a calci e pugni un coetaneo: stomaco, denti, naso, gambe, non si salva nulla. Sussulto, stringo la maniglia, resto immobile. Clienti schivano il gruppo e attraversano la strada. Ripartiamo e non dico niente. Mi volto a spiare i due che scappano, la vittima si alza a stento. Cerco scuse per tornare ma non è facile orientarsi in questo labirinto.

Sensi unici e vicoli ciechi, pedoni e clacson all’impazzata, finalmente il supermercato. Non c’è segno del pestaggio, ma so di non aver sognato. Il ricordo va al più giovane, più pulito, più fortunato, al bersaglio, a quello con più spavento e meno rabbia.

Erano pusher che raddrizzavano un cliente strafottente? Compagni stufi di essere vessati da quel figlio di papà? Rapinatori seriali che terrorizzano il quartiere?

Mi spaventa comunque l’idea che mio figlio, che tuo figlio, sia assalito per strada senza che nessuno intervenga, quello stesso figlio che accarezziamo, coccoliamo e amiamo da sempre. Forse a Nizza mi sarei cacciata nei guai, ma sarei dovuta intervenire.

Nick Hornby mi suggerisce la lista delle cinque cose che avrei potuto fare e invece niente. Avrei potuto:

1 – aprire di scatto la portiera e urlare: “Aiuto!”, “Fermi!” o qualunque altra frase, anche “La nebbia agli irti colli”, pur di spaventare gli aggressori;

2 – suonare il clacson per attirare l’attenzione fino a farli scappare;

3 – chiamare la polizia;

4 – scendere a separarli (no, questa non è plausibile);

5 – aiutare la vittima rimasta sola.

Non so chi sia né come stia quel ragazzo, ma continuerò ad augurargli ogni bene.

Tornando a oggi…

– Oggi è domenica, senti che campane.

– Ma che campane e campane, pensa a pulire il basilico così facciamo il pesto.

– Che noia! Va bene, ora vado. E tu pensa a buttare giù una traccia, che è fine agosto e non hai niente di decente da scrivere.

– Non è vero che non ho niente: ho qualche personaggio da caratterizzare, alcune psicologie che sconfinano nel patologico, due o tre situazioni carine per i protagonisti (in realtà carine per me, loro si divertiranno meno).

– In pratica hai due o tre sfigati dai tratti nevrotici ai quali ne combinerai di tutti i colori.

– Può darsi ma tu sbrigati in cucina, che di questo passo si fa notte e la domenica finisce.

In effetti devo essermi persa qualcosa, oggi è già lunedì…

Sognando Hitchcock

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cortile bis

Abito da poco in questo palazzo tra i palazzi, uno scorcio di mare pagato a suon di privacy e tafferugli h24 giù al supermercato.

Ma sono felice qui, mi sento a casa.

Stamattina scoppiettano i tuoni. Cauti, tenaci, sono già pioggia per il meteo online. Resterei volentieri a letto, se non premessero le commissioni.

Fa un odore diverso il mare, quando tira burrasca. Sa di case estive in chiusura, di sole reso innocuo, di autoctoni che fanno capolino, di galletti segnatempo alla Mary Poppins, di saluti a lungo termine e di zanzare spiaccicate ai muri. È un’aria carica di ultimi gelati, di palme ancheggianti, di valigie panciute, di compiti delle vacanze e progetti a maniche lunghe, di cancelleria e diari da annusare.

Rivedo la vecchia sala giochi di Chiavari, il veggente meccanico che prediceva il futuro prima di ogni partenza: due spiccioli nella feritoia, la mano offerta per pochi secondi, scricchiolii tipo estrazione del lotto e poi usciva l’oracolo, un foglietto abbastanza criptico da accontentare chiunque.

La fine dell’estate rievoca il commiato dalla basilica dei Fieschi, la sua pietra massiccia e memorabile che isola dalle interferenze e rende pensiero il mondo.

La fine di tante estati portava scadenze e copioni da ultimare, studi di doppiaggio in riapertura, piccoli vantaggi sulla programmazione e fluenti ritorni in città.

Oggi è lontano l’autunno, i tuoni cederanno a un nuovo sole infuriato e nessuno sa, quest’anno, se ricomincerà davvero, il nostro settembre operoso.

Non mi sono ancora familiari le tante persone che abitano nel casermone davanti.

Fisso un vecchio che vedrei vestito come tutti i vecchi, camiciola chiara con occhiali da taschino o forse polo, magari a righe e bisunta. Porta canuto una canottiera rossa, spalle e muscoli lo camuffano da giovane. Nove del mattino, sul balconetto al terzo piano ritira, allarga, piega e impila panni asciutti. Prende dalla borsa frigo due mollette per volta e stende i capi appena lavati, tira giù le tende da esterno e sparisce veloce dietro la zanzariera. Scapolo, divorziato o vedovo, saranno anni che si aggiusta da solo.

Al quarto piano vivono una ragazza e il compagno: carina e rassicurante lei, sensuale e consapevole lui. Il balcone fa angolo, si sporgono dalla mia parte soprattutto per allargare, ancora in costume, gli asciugamani da mare sulla ringhiera. Lui dimena le ciocche quasi a compiacere un pubblico. Lei fa gesti asciutti e nervosi.

La signora del secondo piano lato mare ha un grande terrazzo e vasi da fare invidia a un orto botanico. Sotto il tendone a righe verdi raccoglie statuine e girandole, anfore e ninnoli accuditi come creature. Le tapparelle restano basse, la signora dai riccioli daino tarda a mostrarsi. Eppure è facile immaginarla a riordinare pulire lavare preparare accarezzare quella casa che rappresenta la sua vita.

Il palazzo di fronte è così grande da avere due ingressi separati. Il vecchio col fisicaccio e i due fidanzatini vivono lato monti, forse neanche conoscono la donna daino, se non di vista.

Peccato.

Si potrebbero organizzare appuntamenti alla cieca per condomini soli.

Che pena l’anziano che abita sopra l’orto botanico, non l’avevo mai notato: lui sì che ha una canottiera da ospizio, di quelle bianche e logore a costine. Fissa malinconico il mare, sugli occhi i ciuffi sopravvissuti al lockdown.

– Guarda bene: quel tizio non è solo.

Gli si avvicina una giovane caraibica, una statua a chioma libera. Risate rimbombano tra il cemento: la ragazza civetta in posizioni meno che convenienti; l’omuncolo a costine, concreto, arraffa più che può. Se è la badante, non lo rimarrà a lungo.

Sto facendo colazione, mela biscotti e caffè.

Ciccio litiga col barboncino al di là del vetro divisorio, non scavalca perché sa che lo guardo. Ciccina lo ignora. Alcuni dirimpettai si sono lamentati per il continuo abbaiare dei cani nella nostra palazzina. Mi sento responsabile, i Cicci hanno risvegliato l’ugola di tre o quattro cagnetti da appartamento.

– Cosa te ne frega?

– In effetti i miei gatti non abbaiano. E poi a me non dà fastidio la voce degli animali, fa natura.

Adesso ho i personaggi da plasmare, mancano le risposte.

Questa domenica, chi di loro lavorerà?

Chi passerà una splendida giornata?

Chi farà una scoperta sconvolgente?

Chi ricorderà questi momenti per tutta la vita?

Chi si riterrà il più soddisfatto?

– Vuoi davvero perdere tempo dietro ai tizi che abitano là?

– Non si perde mai tempo, a fantasticare. E poi… è così che nascono le avventure, no?

Hitchcock insegna.

Sì, viaggiare

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casa neve

Ferragosto. Due passi in maschera a scantonare la folla ed è già noia. Ringrazio di non avere sedici anni (i nostri ragazzi sono da medaglia d’oro), non sarei sopravvissuta alla reclusione in famiglia, meglio pescare la carta Imprevisti. O forse mi sarei arresa – pur preferendo un ergastolo a Marassi – e mi sarei riavvolta intorno a libri e musica. Avrei fantasticato di posti così lontani che manco Jack London ne Il vagabondo delle stelle.

Del resto Salgari non viaggiò mai. Non, almeno, come ci si aspetterebbe dai suoi scritti. Idem per Jules Verne. Poco importa se i loro romanzi raccontano di viaggi memorabili verso terre a metà tra il fantastico e la geografia.

Prima di diventare scrittore, Kent Haruf ha svolto diversi lavori e ha viaggiato un bel po’. Poi si è fermato e ha inventato la cittadina di  Holt, ispirata a tanto Colorado e soprattutto a Yuma.

Neanche Stephen King ha fatto chissà quanta strada, se pensiamo a tutto il Maine che c’è nei suoi libri.

Il romanzo che ho scritto è ambientato in un paese immaginario – d’ispirazione sarda – collocato su un’isola vulcanica a vocazione fortemente sismica. L’ispirazione sarda è evidente nella connotazione realistico-rurale e nell’atmosfera magico-arcaica del paese, ma l’isola NON è la Sardegna.

In una scheda di valutazione ho letto: “Nella sinossi afferma d’ispirarsi alla Sardegna, eppure la Sardegna non è sismica né vulcanica”. Davvero? Me lo giurate?!

Va bene, mi sono spiegata male o sono stata fraintesa. Si cambia. Scriverò un racconto ispirato a un bel niente, o meglio, a niente che io conosca o che possa conoscere chi leggerà la sinossi. Sceglierò un’atmosfera inusuale e ne respirerò l’aria su Google Maps o Wikipedia.

Per il mio esperimento, partirò da una zona sperduta della Russia.

Digito “Russia” su Google Maps. Zoom fino a ingigantire la parola Surinda (carattere occidentale e cirillico, da qui in avanti scritto con una”g” in più). Alle 4.03 clima parzialmente nuvoloso, con una temperatura di 16 gradi. L’omino giallo dello Street View non collabora, il satellite offre marrone e verde per chissà quanti chilometri, poi un coagulo di tetti rossi blu verdi, forse capannoni, simili alle macchine di un concessionario di usato. Quest’informazione tornerà utile.

A poca distanza scorre un fiume che sulla carta sembra ben lungo, il Reka (che significa appunto fiume) Suringda (da qualche parte a nord c’è anche un lago Suringda, uno dei 19338 laghi della Russia). Risalgo fino alla sorgente senza incrociare una casa. Mi arrendo all’approfondimento online: pochi siti bonariamente tradotti dal russo m’informano che sono nella taiga, in una terra foraggera adibita al pascolo stagionale delle renne domestiche. Non male un racconto sulla vita del giovane Irkuk, il pastore di Suringda che abbandona sulla riva le renne di famiglia per lavorare come impiegato in un concessionario di trattori stradali.

Il fiume biforca più e più volte: resto a sinistra per mantenere l’orientamento. Quando l’acqua si fa meno chiassosa, compare un piccolo, curioso centro urbano. Street View dorme ancora ma le mappe indicano un albergo, il Podkova, nel territorio di Krasnojarsk. Quattro recensioni miserrime su Tripadvisor e zero foto, meglio lasciar perdere. Seguo il Suringda finché non s’immette nel Reka Nera.

Costeggio questo nuovo fiume lungo miriadi di anse imbiancate, fino al paese di Tokma (casupole sbilenche e staccionate a protezione di alberi da Natale). Più avanti c’è una scuolina verde che mi fa venire in mente il film Non uno di meno del cinese Zhang Yimou.

Proseguo lungo il fiume Nera (anche chiamato Hera, giusto per non confondere le idee), ghiacciato, pixelato e attorcigliato da fare invidia all’intestino tenue. Alla foce sorge Ust’Nera – 8000 abitanti dispersi tra le nebbie pungenti – definita da Wikipedia una delle cittadine più fredde al mondo, con picchi di – 60°C. Il museo mantiene vivo il ricordo dei gulag che hanno infamato la regione. Trovo un posto per dormire, il Gostevoy Dom ha perfino cucina a gas e lavatrice. Una sola domanda: cosa viene a fare uno dei miei personaggi qui a Ust’Nera?

– Scappa dai debitori?

– Di solito ci si nasconde nei posti caldi.

– Ha una malattia rara?

– Quale morbo costringerebbe un uomo a vivere fra i ghiacci? Beh, a meno che… il suo corpo non vada in decomposizione. Ma certo! Allora sì che si troverebbe bene a -60°C!

– Un miliardario che per evitare la putrefazione si trasferisce a Ust’Nera.

– Potrebbe essere un’idea ma… sono le 14,30 e quel rossiccio là in fondo preannuncia il tramonto. Sarà meglio lasciare la Siberia. Di materiale per scrivere ne ho abbastanza, se considero anche quel fatterello misterioso che ha stuzzicato scrittori e scienziati…

– Di cosa parli?

– Non te lo dico, così leggerai i miei racconti.

– Sogna, Giovannina Perdigiorno, sogna… intanto con la scusa del ferragosto non hai scritto niente.

– Ora basta, grillaccio del malaugurio… va’ a farti un giro con gli stivali delle sette leghe, va’!

E noi continuiamo il viaggio. La prossima volta andremo a…

Cose pallose

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lauro
Per me Lauro non ha il tallone fragile

 

Ho rivisto Vacanze Romane. Lei stupenda manco a dirlo, lui affascinante alla maniera dei tempi andati, una faccia da galantuomo rigata dal sorriso più malandrino.

Gregory Peck mi ricorda mio nonno nelle foto sbiadite del dopoguerra, sarà la fossetta sul mento ma a guardarlo sento quasi il profumo della brillantina Linetti.

Tutti dovrebbero avere un nonno Giuse, nella vita. Un ometto scappato alla guerra con trucchetti e sotterfugi, incapace di eroismi ma sempre pronto a far passare prima i fragili. Qualche anno di scuola da bambino, poco più che un talentucolo per le arti e la pittura, una piccola famiglia mantenuta come un gioiello camallando casse al porto. E tanto amore, tanta lettura, tanta timida curiosità a conservarlo troppo giovane per gli anni che gli piombavano addosso.

Trascorrevo il pomeriggio dai miei nonni, focaccia prosciutto cotto con maionese e libri. Avevano rinunciato al loro appartamento col pavimento in graniglia e i mobili antichi per stare vicino a figlia e nipoti: bilocale che dava sulla stazione e arredamento moderno. Quanto erano felici.

Mio nonno lasciava in bella vista, nella libreria sopra il divano, gli autori che sperava leggessi: Jack London, Charles Dickens, Hugo, qualche Zola, Silone, Gogol’, Hemingway e tanti altri.

Troppo in alto per stuzzicare c’erano i volumi più disgraziati, i classici che l’avevano annoiato come Peter Pan o Gian Burrasca, e i romanzi faticosetti, come Il Gattopardo e Cent’anni di solitudine o I demoni.

Ma.

Ma in una colonna della parete attrezzata, tra la finestra e la collezione di tazze da caffè della nonna, stava lasciva la vetrinetta dei libri proibiti: Nabokov, Wilde, Maupassant, Stendhal, Miller, Moravia, Boccaccio, Flaubert e compagni, autori mandati al confino con la sola colpa di aver scritto testi non ancora adatti alla mia età, o forse non del tutto consoni all’educazione di una signorina.

Aspettavo che il nonno Giuse uscisse a giocare a bocce con gli amici, prelevavo la chiave dal posacenere stile Taormina e trafugavo un libro alla volta: con che gusto leggevo tutta la notte sotto le coperte, la torcia tremolante fra le mani. Capivo solo metà delle parole scritte, ma restava un gran godimento.

Sospetto che mio nonno sapesse, anzi lo facesse apposta se anni dopo, col sorriso alla Gregory Peck – lo stesso di quando vedeva le tahitiane di Gaugin –  disse: “Così quei romanzi ti sembravano ancora più belli, no?”

Provai quasi la stessa soddisfazione anni dopo, dalle suore. Nelle ore tra la chiusura del doposcuola e l’arrivo di mia mamma lavoratrice indefessa ottenni l’autorizzazione – o forse mi arrogai il diritto – di accedere alla libreria dell’Istituto: seduta a terra con tanto di uniforme blu e calze immacolate, divorai prima gli scrittori russi, poi i francesi, due o tre spagnoli e infine gli inglesi, i tedeschi e tanti italiani. Unica lacuna gli americani, che restano tutt’oggi il mio tallone di Achille.

Non ho mai smesso di leggere. Sul treno tra Genova Brignole e Bolzaneto, credo che in molti ricordino ancora “quella coi libroni in mano”. All’epoca fasciavo le copertine per nascondere i titoli, mi sentivo anacronistica a leggere Proust e Cechov, o forse temevo il giudizio di altri. Avevo faticato anni a costruirmi quell’aria da imbecille compagnona e non volevo perderla passando per secchiona che se la tira.

Ancora oggi, se nel vagone sono l’unica col cartaceo in mezzo a tanta roba tecnologica, mi arrendo a un audiolibro in cuffia.

I libri – come la musica – mi hanno salvato la vita. Non suono perché la musica scioglie ogni mio filtro in pianto, e dopo mezzanotte mi trasforma in Gremlin  (“Ma questa – come direbbero in Irma la Dolce –  è un’altra storia”).

Vorrei scrivere. O meglio, quando posso scrivo. Mi dispiace solo che i miei testi non riescano a farsi conoscere. D’altra parte, quando vado al cinema di solito la sala è più o meno deserta. E se leggo un romanzo contemporaneo, scopro che siamo in pochi ad apprezzarlo. Come dice mia sorella, probabilmente ho interessi di nicchia. Oppure…

– Hai gusti pallosi!

– Grazie.

Stavolta ha ragione, forse leggo e scrivo cose pallose.

Testa a cuocere

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dav

Chi ha abbastanza disciplina per scrivere un romanzo?

Ho smesso di lavorare qualche anno fa, è stato come strapparsi un arto: di colpo sono passata da quindici e più ore giornaliere d’impegno a zero totale, telefoni muti e nessuno a spremermi. Poche preoccupazioni, neanche un goccio di adrenalina. Amavo profondamente il mio lavoro, non capita a tutti di essere pagati per ciò che si sa fare davvero.

Mi sono messa a scrivere per conto mio: per un bisogno impellente, per i personaggi che urlavano in testa, per le storie che mi rapivano alla realtà, blablabla etcetc.

Ho buttato giù la traccia (una luuunga traccia), incastrato vicende e persone e via. Ho capito subito che non sarebbe stato come scrivere un racconto, per quanto lungo. Il tempo passava, le pagine (dritte o storte) aumentavano senza mostrare il fondo.

Altro che scrittori maledetti, altro che alcol e genio & sregolatezza: ho scoperto che la scrittura è un lavoro da artigiano, quasi da certosino, testa a cuocere e pedalare.

Tante volte sono stata sul punto di abbandonare. Poi ho raggiunto la metà, e il punto dopo la metà, e una parte di me, vedendomi esausta, è andata in giro (soprattutto per il web) a cercare risorse: e allora avanti coi siti di crescita personale e i gruppi di discussione, aforismi motivazionali a gogo e Ted Talk su procrastinazione e disciplina e forza di volontà; sotto con le tecniche del pomodoro, del peperone, con le sfide da quindici minuti e da novanta giorni. Ma la fine sembrava ancora lontana.

Se scrivi un romanzo non devi rendere conto a nessuno, non sei stritolato dalle scadenze, dai clienti né dai datori di lavoro, ed è quindi più facile indulgere al riposo. Soprattutto se rallentare ti dà una gratificazione immediata: una bella giornata con chi ami, una vacanza improvvisata, qualche ora di shopping, tempo per te e le tue passioni.

E allora perché ostinarsi al sacrificio, perché scrivere parole che a rileggerle fanno schifo?

Poi ho trovato il mio metodo, quello stesso che mi ha trascinato per i capelli fino alla meta: senza rinunciare alle diverse tecniche per sviluppare l’autodisciplina, ho deciso di assegnarmi uno stipendio. Esatto, di pagarmi. Perché se non ci credo io, chi ci crede?

Ho preso un barattolo molto grande, tipo quelli delle drogherie di una volta per le caramelle di eucalipto o le liquirizie e le violette. Ho attaccato su una bella etichetta a fiori: STIPENDIO PER IL ROMANZO – 0,01 centesimi a parola (il compenso per la revisione era inferiore).

Da quel momento ho scritto almeno duemila parole al giorno, e ogni sera ho versato lo stipendio nel barattolo. Non ricordo come io abbia speso i soldi così guadagnati, probabilmente ho pagato il bollo auto e poco altro, però l’idea che qualcuno credesse in me tanto da investire denaro è servita eccome.

Adesso vorrei scrivere un secondo romanzo (ancora per qualche anno non potrò lavorare, perciò ne approfitto). Prima del lockdown ho tirato giù una traccia (che non mi convince) e ho affittato una scrivania in coworking.

So che sarà più difficile, la delusione del primo romanzo si fa ancora sentire, ma cercherò di andare avanti col paraocchi, col paraorecchie, con l’armatura.

Ogni suggerimento è ben accetto.

 

– Vattene a nanna, che è tardi.

– Non intendevo ques… va bene, buonanotte.

Non si butta via niente

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8

Continuo a perdermi tra gli appunti degli ultimi anni, idee e bagatelle da riesumare o seppellire.

– Zombie?

– Naaa, zitto tu, niente putrefazione. E poi non è ancora il tuo momento.

Oggi farei lavorare al mio posto Ciccia e Ciccino, troppe incombenze che mi creano ansia, devo quasi uscire.

Ho ricominciato per la terza volta “On writing” del Re. Come sempre mi sono stufata a poco dall’inizio, vorrà dire qualcosa se ho letto il mio primo S. King solo in lockdown (imponendomelo a fatica).

Scelgo il compromesso: accantonerò as usual l’indigesto trattatello reale per continuare con l’amabile tomino di Guido Conti (“Imparare a scrivere con i grandi”) e col compianto Haruf (l’ultimo tradotto è delizioso), ma sacrificherò qualche ora per seguire le lezioni di stile di W. Strunk, come suggerito da King.

Dall’archivio a cilindro (che poi è un sacchettone di quelli robusti, da supermercato, pieno zeppo di fogli e agende senza priorità) estraggo una storia ottocentesca, un mix tra Paperinik e lo Squartatore con un retrogusto di beffa in agguato dietro i lampioni. Sarebbe laborioso estrapolare qualcosa di utile da questi appunti, forse perché quindici anni fa immaginavo di trarne una storia lunga, una sceneggiatura più che un romanzo. Purtroppo temo ne uscirebbe un altro racconto di mezza misura tipo il mio ultimo lavoro, quaranta pagine scarse improponibili a chiunque.

– E tu allunga il brodo!

– Piuttosto lo faccio restringere, almeno ha più sapore. L’argomento è delicato, rischio di scrivere l’ennesima storiella trita e ritrita. Poi si ha un bel dire che tutto è già stato scritto e che a fare la differenza è il come: lo stile di chi racconta, il senso del ritmo, il lessico e il resto. Ma se la storia non dice nulla o non è spendibile manco a pregare, potrei anche avere uno stile da ultimo Strega che a nessuno importerebbe.

– Mi hai convinto, quella di Paperinik lo Squartatore non voglio sentirla. Altre idee? Fruga, fruga…

– Ecco, qui ho un bel paio di mocassini.

– Mocassini? Ma non sono un po’ fuori moda? Giusto mio padre li metteva.

– E infatti è proprio quello il senso. Appartengono a un ragazzo di strada, un funambolo che gira il mondo con una valigia di trucchetti e poco più, ma non si separa mai dai mocassini di suo padre. Li pulisce, li lucida e li indossa ogni volta che fa uno spettacolo. E ogni volta rivive la delusione, la stessa che ha causato a suo padre scegliendo una strada diversa da quella tracciata. Ma una notte, a Venezia…

– Basta! Non voglio saperlo, se no non la scrivi più. Forza, fila a lavorare e butta giù questo racconto, che voglio leggerlo.

– Va bene, allora scriverò “Lo spettacolo era finito”.

Lo spettacolo è finito…