Io mi arrendo

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Mattino smunto nel cantuccio di Piemonte che mi ospita da due anni, spiove nebbia e il cielo è di un grigio appiccicaticcio che nasconde montagne solide, lo detesto. Pioggia e fresco laborioso, settembre inoltrato infonde coraggio e progettualità anche a chi, come me, è più guardingo. 

Farò programmi e avrò un autunno, forse meno governabile dei precedenti ma in fondo sono gli imprevisti a forgiare le giornate. Quest’anno ancor più inutile – se mai abbia avuto senso – sì, inutile volere tutto sotto un controllo, beffare se stessi tracciando agende o calendari: priorità ed eventi resteranno vivi solo su carta, se il destino siederà di traverso.

Eppure mi ostino a imbottigliare la vita in una botte mai ebbra, ore anziché litri, e a tapparla ottimista per conservare ogni voce senza farla scappare, un po’ come Ursula nella Sirenetta Disney. Non mi accorgo, giorno a giorno, che l’alcol evapora, l’ossigeno altera, e ritrovo un contenuto che non è più lo stesso.

Uguale quando scrivo, devo aver già immaginato tutto. Settimane a progettare e pianificare e pazienza se per qualcuno è deplorevole o uccide la creatività, non so fare altro neanche per accelerare; sentirei di nuotare a riva. Ma la stesura non va mai come ho stabilito, basta un concetto a stravolgere la costruzione che l’ha preceduto e la pattumiera guadagna pagine a palate.

Amo documentarmi, raccogliere informazioni che chissà se mai userò, accarezzare migliaia di fogli che contribuiranno a scrivere poche righe e a volte neanche quelle.

Ho un sogno, temo poco originale ma lo inseguo da che io ricordi: sigillarmi per mesi in una biblioteca solo mia. Porterei scorte d’acqua e viveri, quaderni a righe fuori misura, penne nere blu rosse Pilot BP-S fine (col cappuccio e non a click, le stesse dai tempi delle medie), biancheria e jeans e maglie scure. E trenta pezzi della mia musica preferita, classica punk rock pop metal rap etnica e via dicendo – tutto tranne il jazz, che trasforma la mia ignoranza in frustrazione ma prima o poi rimedio. Metterei a oltranza un brano al giorno, tutto il giorno per un mese di fila e poi si ricomincia, un solo motivo fino a consumarne ogni sfumatura emotiva.

Un’unica sala con libri alle pareti fino al soffitto, organizzati da una mente superiore e a me benevola: per lo più testi che possano piacermi, servirmi o influenzarmi, un angolino di pinzillacchere consolatorie e qualche tomo antico a profumare l’aria. Tre tavolate massicce e lampadari a paralume, uno scrittoio Luigi Filippo (questo l’ho cercato su internet, non me ne intendo) affacciato sui romanzi ottocenteschi e il letto, essenziale, in una nicchia a parte. Un bagnetto con doccia e una cucina senza pretese, bon.

Fuori dalla biblioteca vorrei un chiostro da condividere con una piccola comunità di monaci, magari il chiostro di San Matteo a Genova, quello dell’Abbazia di Staffarda o della Certosa di Pesio, che con la neve è il mio rifugio. Ma basterebbero anche i resti di una chiesa sconsacrata, il cortile porticato di una cascina in disuso o le fondamenta di un edificio demolito, insomma un tracciato che accompagni il fluire dei miei pensieri.

Quando attraverso la fase acuta della scrittura, i monaci per me rappresentano un modello di organizzazione: mi alzo alle 5.20 e seguo una tabella che riprende la loro suddivisione della giornata, alternando lavoro manuale e intellettuale, ed emulo il rigore dei loro passi fino alle 21, ora in cui mi corico soddisfatta.

– Ecco che abbiamo la monaca di Mon…

– Silenzio, non adesso! Dicevo…

Il percorso che il chiostro offre è vitale per fantasticare.

Quando vivevo a Imperia percorrevo tutte le mattine lo stesso tragitto, schivando scelte e divagazioni: da Piazza Roma scendevo lungo via XX Settembre, noncurante degli ambulanti il giovedì o dei contadini il martedì, delle ciarle da bar e degli effluvi da panetteria.

Tiravo dritta fino al Duomo e mi arrampicavo al Parasio, così simile alla mia Genova. Oratorio di San Pietro che spia il Monte Calvario, mare mare per le Logge delle clarisse, crêuze ripide che se non stai attento ruzzoli cosce all’aria e passeggiata a strapiombo fino agli anziani che giocano a Cirulla in piazzetta.

 Ancora: passi svelti per Borgo Marina e i suoi fari, dondolio incantatore dei natanti e strilla dei pescatori che annodano le reti; ultimo sforzo ed ecco casa.

Non ho mai dato per scontato i posti in cui ho vissuto, ma ora che sono lontana apprezzo di più quelle passeggiate, aggiungevano pezzi alle mie storie: era come guardare un film, poi rientrare e riassumerne trama e personaggi. A volte mi sembrava di plagiare il lavoro altrui, tanta era la precisione con cui i racconti si delineavano in me.

Dal trasferimento non ho ancora trovato un percorso simile, né un mio ritmo di scrittura costante. Sarà perché camminare col freddo è faticoso, perché non conosco le zone e mi distraggo o perché ho paura di cimici e altri insetti che qui abbondano.

Così mi sono organizzata in soggiorno, dispongo a terra vecchi numeri di Topolino a formare un grosso rettangolo – lo facevo anche da piccola per delimitare la casetta immaginaria, mi sentivo invisibile come quando piove – e seguo il…  

– Conosco un bravo psicologo.

– Basta, mi distrai.

Seguo il tracciato esterno del quadrilatero di giornalini, tra i monaci apparenti che riflettono senza badare a me. Circumnavigo il chiostro finché non germoglia l’idea, e cresce, e rotola come balla di fieno.

Insomma, quando i sogni non si realizzano bisogna darsi un’alternativa. La mia scrivania si trasforma nello scrittoio silente della biblioteca, gli operai che alternano pausa e lavoro sulle impalcature diventano religiosi che seguono la rigida regola del loro Ordine, stampanti e traffico si arrendono a un muto brusio.

Solo così porterò avanti i miei progetti senza affibbiare colpe, sistemerò la traccia del romanzo che vorrei scrivere (incompleta, incoerente e troppo lunga per risultare utile) e butterò giù due raccontini che ho in mente.

Ma un autunno non è autunno senza una wishlist di libri. Data l’incertezza del periodo, preferisco muovermi a breve termine e segnare giusto qualche titolo per ottobre (chiedo scusa a Haruki Murakami, a John Williams e a tutti gli autori che ho illuso, recupereremo a novembre):

# Mentre morivo di William Faulkner.

# L’ultimo inverno di Rasputin di Dmitrij Miropol’skij.

# Nikolaj Gogol’ di Vladimir Nabokov.

# Cinque racconti di Ambrose Bierce.

# Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio di Remo Rapini.

# Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli.

# Codici & segreti di Simon Singh.

– Tra i fioretti non dimenticare di mettere il piumone al letto, o quest’autunno altro che sogni…!

Stavolta ha ragione, piumone al letto e scorta di tè e dolcetti alle mandorle. Ma soprattutto devo recuperare la mia instancabile clessidra da un’ora, che non concede una seconda possibilità neanche a se stessa.

Scrivi mi dice, scrivi mi canta, scrivi sussurra, scrivi bisbiglia ogni granello che pascoli.

E io mi arrendo.

Questione di virgola

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Ho perso un quaderno prezioso, un quadernetto blu-mediterraneo, comprato qualche anno fa in Grecia,  sul quale avevo annotato la storia – vera o pensata – delle facce e dei posti incrociati tra Delfi, Olympia, Corinto, Epidauro, Micene, Eleusi fino ad Atene.

Delfi ti cambia la vita.

La sera prima di salire al santuario di Apollo ceno in una tipica taverna di paese, mi raccontano miti che riascolto con piacere. Giro per le strade polverose tra pullman che non trovano requie, botteghe di formaggi sottovuoto e bazar di souvenir prevedibili. Compro per sei euro una radiolina a batterie. Sul balcone dell’hotel ascolto musica notturna a km zero, la piana fino al mare richiama gli eserciti che si sono fronteggiati nella prima guerra sacra, duemilacinquecento anni fa.

Cerco una domanda da porre alla sacerdotessa Pizia, ma devo formularla bene o sprecherò l’attimo. Al di là della risposta più o meno pregnante, a me interessa proprio la domanda, quel dubbio vitale che nell’antichità mi avrebbe fatto rinunciare a giornate lavorative, percorrere chilometri e chilometri a fatica, pagare tributi onerosi pur di ottenere un responso non per forza risolutivo. Voglio una domanda inespugnabile, che non lasci scampo all’oracolo ed esprima quell’unico desiderio che rivolgerei a un astro cadente.

E così, in una tiepida mattina primaverile che avrei voluto di due millenni fa, nascosta dietro un look maschietto alla Fantaghirò (le uniche donne che la Pizia accetti al tempio sono le pie comari che mantengono il fuocherello), col receptionist dell’albergo ad accompagnarmi, il mio quesito bell’e buono in tasca e una specie di saltacoda dei poveri, resto in attesa di un cenno.

Già, perché Apollo non sempre è disposto a dare consigli, neanche nei giorni stabiliti. I sacerdoti bagnano con acqua fredda una capra spaurita: se all’animale vengono i brividi il dio è sveglio e parlerà, la capra sarà bruciata e i presenti sapranno che la cosa si fa; se no, tutti a casa e alla prossima.

Fumo dal tempio, è andata.

Superata la giurisdizione di Athena Prònaia col suo ammiccante tempietto circolare, mi rinfresco alla fonte Castalia dove si purifica la Pizia prima delle consultazioni e ammiro il massiccio del Parnaso, tanto caro alle Muse e ai loro protetti.

Dopo negozietti di ex voto e laboratori artigiani, stretta tra le mura poligonali che a leggere tutte le scritte dei pellegrini si fa notte, vado zigzagando lungo la comoda e lastricata Via Sacra che attraversa il santuario fino al tempio di Apollo.

Mi arrampico tra pietre sacre, tempietti, tesoretti, cimeli e fotografi improvvisati fino alla meta, che chissà cosa doveva essere quando tutto sbrilluccicava di marmo, colori e metalli preziosi. Non degno di uno sguardo il museo, né il teatro: la domanda mi prude dentro e assecondo l’urgenza.

Al cospetto dei sacerdoti sono emozionata peggio che alla maturità. Domanda accolta, evviva! Mi purifico, offro sull’altare la focaccetta comprata in paese e pago il corrispettivo di un paio di sneakers. Mi tranquillizza leggere un familiare ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ, “conosci te stesso” (sì, la scritta che in Grecia campeggia sulle magliette col faccione di Socrate, proprio quella).

Entro nel tempio, c’è qualcosa di sinistro e non sono i pipistrelli. L’agnellino sbrandellato e puzzolente che porto con me viene cotto, distribuito e in parte sacrificato.

Devo aver fatto tutto per bene se i sacerdoti, senza sospettare che io sia femmina, mi portano nella stanza segreta della Pizia: due statue di Apollo, una pietra-uovo che sembra una pigna, memorabilia a profusione, fumo, penombra e odore di abete natalizio misto a carne all’uccelletto.

La Pizia, sul trespolo, sembra una milf in preda alle caldane. Bevo un’acqua che sa di piedi allo zafferano e formulo la domanda per Apollo. La donna scende in una spaccatura del terreno e dopo venti minuti riemerge così strafatta che i sacerdoti parlano per lei, trascrivono le sue parole e me le riportano.

Grata e appagata mi avvio all’uscita, ma vengo trattenuta: la divinità reclama ancora un dono. Mi rassegno a lasciare il pataccone d’oro della Prima Comunione, la Madonna che stringe in braccio Gesù Bambino. Ma cosa se ne farà poi Apollo…!

– Ecco dov’era finito, il medaglione. Quindi… hai avuto il tuo responso?

– Certo, l’oracolo ha sentenziato: “Le mine non affogheranno nell’aere quando seppellirai i defunti”.

– Che tradotto sarebbe…?

– Che andrà bene o che andrà male; che devo staccarmi dal passato o che non devo cambiare solo per compiacere gli altri.

– Contenta tu.

– È la classica risposta sibillina, il senso dipende dalla virgola.

– E dove la piazziamo questa virgola?

– Può stare prima o dopo “nell’aere”. Mi auguro che vada prima.

– Va beh, basta parlare di oracoli.

– Torno a scrivere.

– Ma davvero tutta questa pappardella su Delfi e non mi sveli La Domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto?

– Non prendermi in giro! E poi cosa te ne importa?

– Magari mi aiuta a capire La Risposta!

– Sparisci, va’!

La soluzione del quiz La Domandona tra una settimana.

Ho perso il filo

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ciccio filo

7,30 a.m., ultima domenica d’agosto che a quest’ora non sembra domenica. Appuntamento-caffè con un’amica per la quale rinuncio volentieri al sonno. Cammino fino al Parco Urbano, mascherina sul naso a mitigare il freddo e braccia che rimpiangono un altro paio di maniche.

Intorno Sabbia rossa e deserto alla Litfiba, Vento d’estate come per Niccolò Fabi e alcune facce da mandillä, i tagliaborse di De André, a farmi accelerare.

Il mare abbaia, raffiche solleticano musi canini, la macchia mediterranea spumeggia nell’aria. In lontananza centri storici, cattedrali e ciminiere da archeologia industriale. Chiome verdi si agitano come sulla testa delle sciure a teatro. Il sole protegge ancora la nostra estate umana. Tre uomini che corrono e ridono, sparute macchine dagli occhi rarefatti, biciclette coi polpacci arrugginiti.

Tutti si ignorano, tutti mi ignorano. Va bene così, non mi serve niente.

Ma se avessi bisogno?

Pochi giorni senza scrittura e sono scivolata via dalla storia. Non è questione di concentrazione, quella si ritrova. Se trascuro un progetto subentra una vera mancanza di confidenza, i personaggi si fanno muti e non arrivano più soluzioni. Tento invano di recuperare quella trama che sembra passata di moda, fisso idee impalpabili e scartabello tra vecchi appunti a caccia di benevolenza.

Il pensiero pretende devozione e io l’ho trascurato per la parola. La parola uccide il pensiero, ripetevo anni fa a chi mi disturbava sul treno. In effetti per quattro giorni sono scesa in spiaggia e ho parlato, parlato, parlato coi vicini di ombrellone, sul bagnasciuga, in acqua, alle docce, al bar. È stato piacevole, ma ho perso il filo.

Una volta ho scritto un racconto, Le mogli del mare, finito in un’antologia benefica curata da Andrea Franco. Le mogli del mare, tra difetti e ingenuità, narra di una lunga amicizia tra donne. Protagonista è il mare, padrone che attrae e respinge, nutre e fa soffrire, ricompensa e pretende sacrifici. Quel mare che giocando strappa un bambino ai suoi affetti.

Ieri in spiaggia ho letto il romanzo di un esordiente (Sa funtana ‘e s’ùlumu di Antonio Carta), ho fatto i cruciverba, ho giocato a Dobble. Il mare frizzante e corposo invitava a fidarsi. Acqua alle caviglie e al ginocchio, mi vedevo parte di un tutto festoso. All’orizzonte una mano mi chiamava entusiasta, avanzavo cauta nella bagna fredda.

Un movimento brusco tra me e le due signore coi cappelli di paglia. La coda dell’occhio snobba una massa grigiastra tra i flutti: “Non ci sono squali, sarà un secchiello”. Rapido spostamento d’aria e il papà ha già in braccio il tesoro smarrito, il fagottino di due anni che si azzuffava con la schiumetta per sopravvivere. Riecheggia un gran primo vagito. Noi tre donne inutili ci avviciniamo serie, colpevoli, e con noi una coppia di tedeschi sbucata da chissà dove. “Il bambino era lì e non l’abbiamo visto”, “Mi dispiace, non me ne sono accorta”, sembrano frasi di circostanza. Il papà annuisce distante, stringe forte la sua tragedia mancata.

Padre e figlio costruiscono insieme un castello di sabbia, passeggiano lungo la costa e siedono sul lettino a mangiare focaccia, la più buona della loro vita.

Ho fissato a lungo quella piccola magia. Il magone non mi ha dato tregua.

Magone da “avrei potuto” e “se almeno avessi”, lo stesso provato prima di Natale a Nizza. Sprofondiamo nell’indifferenza nostro malgrado, spesso solo per distrazione. O almeno, a me capita così.

Ma a Nizza è stato diverso, il rimorso mi accompagna ancora.

Resoconto.

Sto viaggiando al posto del passeggero, ne approfitto per guardarmi intorno. Intermittenze natalizie rischiarano una Promenade ignara di quel che già cova in Cina; bilocali design da riviste di architettura, hotel e maison di lusso, alberghi e boutique, giacigli e botteghe per chi può e chi meno.

Raggiungiamo un quartiere di auto e roba e gente accatastata, cose cose e cose ammonticchiate per le strade e sui balconi, quasi fossero la misura del benessere. La quantità non rende ricchi, qui è evidente.

Le luci si fanno misere, il supermercato appiccicoso resta aperto. Rallentiamo per un’auto in manovra.

Gesti rapidi attirano il mio sguardo. Due ragazzi sgualciti prendono a calci e pugni un coetaneo: stomaco, denti, naso, gambe, non si salva nulla. Sussulto, stringo la maniglia, resto immobile. Clienti schivano il gruppo e attraversano la strada. Ripartiamo e non dico niente. Mi volto a spiare i due che scappano, la vittima si alza a stento. Cerco scuse per tornare ma non è facile orientarsi in questo labirinto.

Sensi unici e vicoli ciechi, pedoni e clacson all’impazzata, finalmente il supermercato. Non c’è segno del pestaggio, ma so di non aver sognato. Il ricordo va al più giovane, più pulito, più fortunato, al bersaglio, a quello con più spavento e meno rabbia.

Erano pusher che raddrizzavano un cliente strafottente? Compagni stufi di essere vessati da quel figlio di papà? Rapinatori seriali che terrorizzano il quartiere?

Mi spaventa comunque l’idea che mio figlio, che tuo figlio, sia assalito per strada senza che nessuno intervenga, quello stesso figlio che accarezziamo, coccoliamo e amiamo da sempre. Forse a Nizza mi sarei cacciata nei guai, ma sarei dovuta intervenire.

Nick Hornby mi suggerisce la lista delle cinque cose che avrei potuto fare e invece niente. Avrei potuto:

1 – aprire di scatto la portiera e urlare: “Aiuto!”, “Fermi!” o qualunque altra frase, anche “La nebbia agli irti colli”, pur di spaventare gli aggressori;

2 – suonare il clacson per attirare l’attenzione fino a farli scappare;

3 – chiamare la polizia;

4 – scendere a separarli (no, questa non è plausibile);

5 – aiutare la vittima rimasta sola.

Non so chi sia né come stia quel ragazzo, ma continuerò ad augurargli ogni bene.

Tornando a oggi…

– Oggi è domenica, senti che campane.

– Ma che campane e campane, pensa a pulire il basilico così facciamo il pesto.

– Che noia! Va bene, ora vado. E tu pensa a buttare giù una traccia, che è fine agosto e non hai niente di decente da scrivere.

– Non è vero che non ho niente: ho qualche personaggio da caratterizzare, alcune psicologie che sconfinano nel patologico, due o tre situazioni carine per i protagonisti (in realtà carine per me, loro si divertiranno meno).

– In pratica hai due o tre sfigati dai tratti nevrotici ai quali ne combinerai di tutti i colori.

– Può darsi ma tu sbrigati in cucina, che di questo passo si fa notte e la domenica finisce.

In effetti devo essermi persa qualcosa, oggi è già lunedì…

Sognando Hitchcock

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cortile bis

Abito da poco in questo palazzo tra i palazzi, uno scorcio di mare pagato a suon di privacy e tafferugli h24 giù al supermercato.

Ma sono felice qui, mi sento a casa.

Stamattina scoppiettano i tuoni. Cauti, tenaci, sono già pioggia per il meteo online. Resterei volentieri a letto, se non premessero le commissioni.

Fa un odore diverso il mare, quando tira burrasca. Sa di case estive in chiusura, di sole reso innocuo, di autoctoni che fanno capolino, di galletti segnatempo alla Mary Poppins, di saluti a lungo termine e di zanzare spiaccicate ai muri. È un’aria carica di ultimi gelati, di palme ancheggianti, di valigie panciute, di compiti delle vacanze e progetti a maniche lunghe, di cancelleria e diari da annusare.

Rivedo la vecchia sala giochi di Chiavari, il veggente meccanico che prediceva il futuro prima di ogni partenza: due spiccioli nella feritoia, la mano offerta per pochi secondi, scricchiolii tipo estrazione del lotto e poi usciva l’oracolo, un foglietto abbastanza criptico da accontentare chiunque.

La fine dell’estate rievoca il commiato dalla basilica dei Fieschi, la sua pietra massiccia e memorabile che isola dalle interferenze e rende pensiero il mondo.

La fine di tante estati portava scadenze e copioni da ultimare, studi di doppiaggio in riapertura, piccoli vantaggi sulla programmazione e fluenti ritorni in città.

Oggi è lontano l’autunno, i tuoni cederanno a un nuovo sole infuriato e nessuno sa, quest’anno, se ricomincerà davvero, il nostro settembre operoso.

Non mi sono ancora familiari le tante persone che abitano nel casermone davanti.

Fisso un vecchio che vedrei vestito come tutti i vecchi, camiciola chiara con occhiali da taschino o forse polo, magari a righe e bisunta. Porta canuto una canottiera rossa, spalle e muscoli lo camuffano da giovane. Nove del mattino, sul balconetto al terzo piano ritira, allarga, piega e impila panni asciutti. Prende dalla borsa frigo due mollette per volta e stende i capi appena lavati, tira giù le tende da esterno e sparisce veloce dietro la zanzariera. Scapolo, divorziato o vedovo, saranno anni che si aggiusta da solo.

Al quarto piano vivono una ragazza e il compagno: carina e rassicurante lei, sensuale e consapevole lui. Il balcone fa angolo, si sporgono dalla mia parte soprattutto per allargare, ancora in costume, gli asciugamani da mare sulla ringhiera. Lui dimena le ciocche quasi a compiacere un pubblico. Lei fa gesti asciutti e nervosi.

La signora del secondo piano lato mare ha un grande terrazzo e vasi da fare invidia a un orto botanico. Sotto il tendone a righe verdi raccoglie statuine e girandole, anfore e ninnoli accuditi come creature. Le tapparelle restano basse, la signora dai riccioli daino tarda a mostrarsi. Eppure è facile immaginarla a riordinare pulire lavare preparare accarezzare quella casa che rappresenta la sua vita.

Il palazzo di fronte è così grande da avere due ingressi separati. Il vecchio col fisicaccio e i due fidanzatini vivono lato monti, forse neanche conoscono la donna daino, se non di vista.

Peccato.

Si potrebbero organizzare appuntamenti alla cieca per condomini soli.

Che pena l’anziano che abita sopra l’orto botanico, non l’avevo mai notato: lui sì che ha una canottiera da ospizio, di quelle bianche e logore a costine. Fissa malinconico il mare, sugli occhi i ciuffi sopravvissuti al lockdown.

– Guarda bene: quel tizio non è solo.

Gli si avvicina una giovane caraibica, una statua a chioma libera. Risate rimbombano tra il cemento: la ragazza civetta in posizioni meno che convenienti; l’omuncolo a costine, concreto, arraffa più che può. Se è la badante, non lo rimarrà a lungo.

Sto facendo colazione, mela biscotti e caffè.

Ciccio litiga col barboncino al di là del vetro divisorio, non scavalca perché sa che lo guardo. Ciccina lo ignora. Alcuni dirimpettai si sono lamentati per il continuo abbaiare dei cani nella nostra palazzina. Mi sento responsabile, i Cicci hanno risvegliato l’ugola di tre o quattro cagnetti da appartamento.

– Cosa te ne frega?

– In effetti i miei gatti non abbaiano. E poi a me non dà fastidio la voce degli animali, fa natura.

Adesso ho i personaggi da plasmare, mancano le risposte.

Questa domenica, chi di loro lavorerà?

Chi passerà una splendida giornata?

Chi farà una scoperta sconvolgente?

Chi ricorderà questi momenti per tutta la vita?

Chi si riterrà il più soddisfatto?

– Vuoi davvero perdere tempo dietro ai tizi che abitano là?

– Non si perde mai tempo, a fantasticare. E poi… è così che nascono le avventure, no?

Hitchcock insegna.

Sì, viaggiare

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casa neve

Ferragosto. Due passi in maschera a scantonare la folla ed è già noia. Ringrazio di non avere sedici anni (i nostri ragazzi sono da medaglia d’oro), non sarei sopravvissuta alla reclusione in famiglia, meglio pescare la carta Imprevisti. O forse mi sarei arresa – pur preferendo un ergastolo a Marassi – e mi sarei riavvolta intorno a libri e musica. Avrei fantasticato di posti così lontani che manco Jack London ne Il vagabondo delle stelle.

Del resto Salgari non viaggiò mai. Non, almeno, come ci si aspetterebbe dai suoi scritti. Idem per Jules Verne. Poco importa se i loro romanzi raccontano di viaggi memorabili verso terre a metà tra il fantastico e la geografia.

Prima di diventare scrittore, Kent Haruf ha svolto diversi lavori e ha viaggiato un bel po’. Poi si è fermato e ha inventato la cittadina di  Holt, ispirata a tanto Colorado e soprattutto a Yuma.

Neanche Stephen King ha fatto chissà quanta strada, se pensiamo a tutto il Maine che c’è nei suoi libri.

Il romanzo che ho scritto è ambientato in un paese immaginario – d’ispirazione sarda – collocato su un’isola vulcanica a vocazione fortemente sismica. L’ispirazione sarda è evidente nella connotazione realistico-rurale e nell’atmosfera magico-arcaica del paese, ma l’isola NON è la Sardegna.

In una scheda di valutazione ho letto: “Nella sinossi afferma d’ispirarsi alla Sardegna, eppure la Sardegna non è sismica né vulcanica”. Davvero? Me lo giurate?!

Va bene, mi sono spiegata male o sono stata fraintesa. Si cambia. Scriverò un racconto ispirato a un bel niente, o meglio, a niente che io conosca o che possa conoscere chi leggerà la sinossi. Sceglierò un’atmosfera inusuale e ne respirerò l’aria su Google Maps o Wikipedia.

Per il mio esperimento, partirò da una zona sperduta della Russia.

Digito “Russia” su Google Maps. Zoom fino a ingigantire la parola Surinda (carattere occidentale e cirillico, da qui in avanti scritto con una”g” in più). Alle 4.03 clima parzialmente nuvoloso, con una temperatura di 16 gradi. L’omino giallo dello Street View non collabora, il satellite offre marrone e verde per chissà quanti chilometri, poi un coagulo di tetti rossi blu verdi, forse capannoni, simili alle macchine di un concessionario di usato. Quest’informazione tornerà utile.

A poca distanza scorre un fiume che sulla carta sembra ben lungo, il Reka (che significa appunto fiume) Suringda (da qualche parte a nord c’è anche un lago Suringda, uno dei 19338 laghi della Russia). Risalgo fino alla sorgente senza incrociare una casa. Mi arrendo all’approfondimento online: pochi siti bonariamente tradotti dal russo m’informano che sono nella taiga, in una terra foraggera adibita al pascolo stagionale delle renne domestiche. Non male un racconto sulla vita del giovane Irkuk, il pastore di Suringda che abbandona sulla riva le renne di famiglia per lavorare come impiegato in un concessionario di trattori stradali.

Il fiume biforca più e più volte: resto a sinistra per mantenere l’orientamento. Quando l’acqua si fa meno chiassosa, compare un piccolo, curioso centro urbano. Street View dorme ancora ma le mappe indicano un albergo, il Podkova, nel territorio di Krasnojarsk. Quattro recensioni miserrime su Tripadvisor e zero foto, meglio lasciar perdere. Seguo il Suringda finché non s’immette nel Reka Nera.

Costeggio questo nuovo fiume lungo miriadi di anse imbiancate, fino al paese di Tokma (casupole sbilenche e staccionate a protezione di alberi da Natale). Più avanti c’è una scuolina verde che mi fa venire in mente il film Non uno di meno del cinese Zhang Yimou.

Proseguo lungo il fiume Nera (anche chiamato Hera, giusto per non confondere le idee), ghiacciato, pixelato e attorcigliato da fare invidia all’intestino tenue. Alla foce sorge Ust’Nera – 8000 abitanti dispersi tra le nebbie pungenti – definita da Wikipedia una delle cittadine più fredde al mondo, con picchi di – 60°C. Il museo mantiene vivo il ricordo dei gulag che hanno infamato la regione. Trovo un posto per dormire, il Gostevoy Dom ha perfino cucina a gas e lavatrice. Una sola domanda: cosa viene a fare uno dei miei personaggi qui a Ust’Nera?

– Scappa dai debitori?

– Di solito ci si nasconde nei posti caldi.

– Ha una malattia rara?

– Quale morbo costringerebbe un uomo a vivere fra i ghiacci? Beh, a meno che… il suo corpo non vada in decomposizione. Ma certo! Allora sì che si troverebbe bene a -60°C!

– Un miliardario che per evitare la putrefazione si trasferisce a Ust’Nera.

– Potrebbe essere un’idea ma… sono le 14,30 e quel rossiccio là in fondo preannuncia il tramonto. Sarà meglio lasciare la Siberia. Di materiale per scrivere ne ho abbastanza, se considero anche quel fatterello misterioso che ha stuzzicato scrittori e scienziati…

– Di cosa parli?

– Non te lo dico, così leggerai i miei racconti.

– Sogna, Giovannina Perdigiorno, sogna… intanto con la scusa del ferragosto non hai scritto niente.

– Ora basta, grillaccio del malaugurio… va’ a farti un giro con gli stivali delle sette leghe, va’!

E noi continuiamo il viaggio. La prossima volta andremo a…

Cose pallose

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lauro
Per me Lauro non ha il tallone fragile

 

Ho rivisto Vacanze Romane. Lei stupenda manco a dirlo, lui affascinante alla maniera dei tempi andati, una faccia da galantuomo rigata dal sorriso più malandrino.

Gregory Peck mi ricorda mio nonno nelle foto sbiadite del dopoguerra, sarà la fossetta sul mento ma a guardarlo sento quasi il profumo della brillantina Linetti.

Tutti dovrebbero avere un nonno Giuse, nella vita. Un ometto scappato alla guerra con trucchetti e sotterfugi, incapace di eroismi ma sempre pronto a far passare prima i fragili. Qualche anno di scuola da bambino, poco più che un talentucolo per le arti e la pittura, una piccola famiglia mantenuta come un gioiello camallando casse al porto. E tanto amore, tanta lettura, tanta timida curiosità a conservarlo troppo giovane per gli anni che gli piombavano addosso.

Trascorrevo il pomeriggio dai miei nonni, focaccia prosciutto cotto con maionese e libri. Avevano rinunciato al loro appartamento col pavimento in graniglia e i mobili antichi per stare vicino a figlia e nipoti: bilocale che dava sulla stazione e arredamento moderno. Quanto erano felici.

Mio nonno lasciava in bella vista, nella libreria sopra il divano, gli autori che sperava leggessi: Jack London, Charles Dickens, Hugo, qualche Zola, Silone, Gogol’, Hemingway e tanti altri.

Troppo in alto per stuzzicare c’erano i volumi più disgraziati, i classici che l’avevano annoiato come Peter Pan o Gian Burrasca, e i romanzi faticosetti, come Il Gattopardo e Cent’anni di solitudine o I demoni.

Ma.

Ma in una colonna della parete attrezzata, tra la finestra e la collezione di tazze da caffè della nonna, stava lasciva la vetrinetta dei libri proibiti: Nabokov, Wilde, Maupassant, Stendhal, Miller, Moravia, Boccaccio, Flaubert e compagni, autori mandati al confino con la sola colpa di aver scritto testi non ancora adatti alla mia età, o forse non del tutto consoni all’educazione di una signorina.

Aspettavo che il nonno Giuse uscisse a giocare a bocce con gli amici, prelevavo la chiave dal posacenere stile Taormina e trafugavo un libro alla volta: con che gusto leggevo tutta la notte sotto le coperte, la torcia tremolante fra le mani. Capivo solo metà delle parole scritte, ma restava un gran godimento.

Sospetto che mio nonno sapesse, anzi lo facesse apposta se anni dopo, col sorriso alla Gregory Peck – lo stesso di quando vedeva le tahitiane di Gaugin –  disse: “Così quei romanzi ti sembravano ancora più belli, no?”

Provai quasi la stessa soddisfazione anni dopo, dalle suore. Nelle ore tra la chiusura del doposcuola e l’arrivo di mia mamma lavoratrice indefessa ottenni l’autorizzazione – o forse mi arrogai il diritto – di accedere alla libreria dell’Istituto: seduta a terra con tanto di uniforme blu e calze immacolate, divorai prima gli scrittori russi, poi i francesi, due o tre spagnoli e infine gli inglesi, i tedeschi e tanti italiani. Unica lacuna gli americani, che restano tutt’oggi il mio tallone di Achille.

Non ho mai smesso di leggere. Sul treno tra Genova Brignole e Bolzaneto, credo che in molti ricordino ancora “quella coi libroni in mano”. All’epoca fasciavo le copertine per nascondere i titoli, mi sentivo anacronistica a leggere Proust e Cechov, o forse temevo il giudizio di altri. Avevo faticato anni a costruirmi quell’aria da imbecille compagnona e non volevo perderla passando per secchiona che se la tira.

Ancora oggi, se nel vagone sono l’unica col cartaceo in mezzo a tanta roba tecnologica, mi arrendo a un audiolibro in cuffia.

I libri – come la musica – mi hanno salvato la vita. Non suono perché la musica scioglie ogni mio filtro in pianto, e dopo mezzanotte mi trasforma in Gremlin  (“Ma questa – come direbbero in Irma la Dolce –  è un’altra storia”).

Vorrei scrivere. O meglio, quando posso scrivo. Mi dispiace solo che i miei testi non riescano a farsi conoscere. D’altra parte, quando vado al cinema di solito la sala è più o meno deserta. E se leggo un romanzo contemporaneo, scopro che siamo in pochi ad apprezzarlo. Come dice mia sorella, probabilmente ho interessi di nicchia. Oppure…

– Hai gusti pallosi!

– Grazie.

Stavolta ha ragione, forse leggo e scrivo cose pallose.

Testa a cuocere

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Chi ha abbastanza disciplina per scrivere un romanzo?

Ho smesso di lavorare qualche anno fa, è stato come strapparsi un arto: di colpo sono passata da quindici e più ore giornaliere d’impegno a zero totale, telefoni muti e nessuno a spremermi. Poche preoccupazioni, neanche un goccio di adrenalina. Amavo profondamente il mio lavoro, non capita a tutti di essere pagati per ciò che si sa fare davvero.

Mi sono messa a scrivere per conto mio: per un bisogno impellente, per i personaggi che urlavano in testa, per le storie che mi rapivano alla realtà, blablabla etcetc.

Ho buttato giù la traccia (una luuunga traccia), incastrato vicende e persone e via. Ho capito subito che non sarebbe stato come scrivere un racconto, per quanto lungo. Il tempo passava, le pagine (dritte o storte) aumentavano senza mostrare il fondo.

Altro che scrittori maledetti, altro che alcol e genio & sregolatezza: ho scoperto che la scrittura è un lavoro da artigiano, quasi da certosino, testa a cuocere e pedalare.

Tante volte sono stata sul punto di abbandonare. Poi ho raggiunto la metà, e il punto dopo la metà, e una parte di me, vedendomi esausta, è andata in giro (soprattutto per il web) a cercare risorse: e allora avanti coi siti di crescita personale e i gruppi di discussione, aforismi motivazionali a gogo e Ted Talk su procrastinazione e disciplina e forza di volontà; sotto con le tecniche del pomodoro, del peperone, con le sfide da quindici minuti e da novanta giorni. Ma la fine sembrava ancora lontana.

Se scrivi un romanzo non devi rendere conto a nessuno, non sei stritolato dalle scadenze, dai clienti né dai datori di lavoro, ed è quindi più facile indulgere al riposo. Soprattutto se rallentare ti dà una gratificazione immediata: una bella giornata con chi ami, una vacanza improvvisata, qualche ora di shopping, tempo per te e le tue passioni.

E allora perché ostinarsi al sacrificio, perché scrivere parole che a rileggerle fanno schifo?

Poi ho trovato il mio metodo, quello stesso che mi ha trascinato per i capelli fino alla meta: senza rinunciare alle diverse tecniche per sviluppare l’autodisciplina, ho deciso di assegnarmi uno stipendio. Esatto, di pagarmi. Perché se non ci credo io, chi ci crede?

Ho preso un barattolo molto grande, tipo quelli delle drogherie di una volta per le caramelle di eucalipto o le liquirizie e le violette. Ho attaccato su una bella etichetta a fiori: STIPENDIO PER IL ROMANZO – 0,01 centesimi a parola (il compenso per la revisione era inferiore).

Da quel momento ho scritto almeno duemila parole al giorno, e ogni sera ho versato lo stipendio nel barattolo. Non ricordo come io abbia speso i soldi così guadagnati, probabilmente ho pagato il bollo auto e poco altro, però l’idea che qualcuno credesse in me tanto da investire denaro è servita eccome.

Adesso vorrei scrivere un secondo romanzo (ancora per qualche anno non potrò lavorare, perciò ne approfitto). Prima del lockdown ho tirato giù una traccia (che non mi convince) e ho affittato una scrivania in coworking.

So che sarà più difficile, la delusione del primo romanzo si fa ancora sentire, ma cercherò di andare avanti col paraocchi, col paraorecchie, con l’armatura.

Ogni suggerimento è ben accetto.

 

– Vattene a nanna, che è tardi.

– Non intendevo ques… va bene, buonanotte.

Non si butta via niente

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8

Continuo a perdermi tra gli appunti degli ultimi anni, idee e bagatelle da riesumare o seppellire.

– Zombie?

– Naaa, zitto tu, niente putrefazione. E poi non è ancora il tuo momento.

Oggi farei lavorare al mio posto Ciccia e Ciccino, troppe incombenze che mi creano ansia, devo quasi uscire.

Ho ricominciato per la terza volta “On writing” del Re. Come sempre mi sono stufata a poco dall’inizio, vorrà dire qualcosa se ho letto il mio primo S. King solo in lockdown (imponendomelo a fatica).

Scelgo il compromesso: accantonerò as usual l’indigesto trattatello reale per continuare con l’amabile tomino di Guido Conti (“Imparare a scrivere con i grandi”) e col compianto Haruf (l’ultimo tradotto è delizioso), ma sacrificherò qualche ora per seguire le lezioni di stile di W. Strunk, come suggerito da King.

Dall’archivio a cilindro (che poi è un sacchettone di quelli robusti, da supermercato, pieno zeppo di fogli e agende senza priorità) estraggo una storia ottocentesca, un mix tra Paperinik e lo Squartatore con un retrogusto di beffa in agguato dietro i lampioni. Sarebbe laborioso estrapolare qualcosa di utile da questi appunti, forse perché quindici anni fa immaginavo di trarne una storia lunga, una sceneggiatura più che un romanzo. Purtroppo temo ne uscirebbe un altro racconto di mezza misura tipo il mio ultimo lavoro, quaranta pagine scarse improponibili a chiunque.

– E tu allunga il brodo!

– Piuttosto lo faccio restringere, almeno ha più sapore. L’argomento è delicato, rischio di scrivere l’ennesima storiella trita e ritrita. Poi si ha un bel dire che tutto è già stato scritto e che a fare la differenza è il come: lo stile di chi racconta, il senso del ritmo, il lessico e il resto. Ma se la storia non dice nulla o non è spendibile manco a pregare, potrei anche avere uno stile da ultimo Strega che a nessuno importerebbe.

– Mi hai convinto, quella di Paperinik lo Squartatore non voglio sentirla. Altre idee? Fruga, fruga…

– Ecco, qui ho un bel paio di mocassini.

– Mocassini? Ma non sono un po’ fuori moda? Giusto mio padre li metteva.

– E infatti è proprio quello il senso. Appartengono a un ragazzo di strada, un funambolo che gira il mondo con una valigia di trucchetti e poco più, ma non si separa mai dai mocassini di suo padre. Li pulisce, li lucida e li indossa ogni volta che fa uno spettacolo. E ogni volta rivive la delusione, la stessa che ha causato a suo padre scegliendo una strada diversa da quella tracciata. Ma una notte, a Venezia…

– Basta! Non voglio saperlo, se no non la scrivi più. Forza, fila a lavorare e butta giù questo racconto, che voglio leggerlo.

– Va bene, allora scriverò “Lo spettacolo era finito”.

Lo spettacolo è finito…

Questa è poesia

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6 bis

Stamattina sveglia presto, discorso del Dalai Lama sotto la doccia (ma non ci capisco ancora niente… sarebbe il caso di leggere qualcosa a proposito?) e poi arriva una prima idea, “Il secchio e il mare” :-), pensato e tratteggiato e non è uno scherzo, anche se fa ridere!

Colazione & giornali da vacanza, Kent Haruf e poi momento di felicità. Perché la bellezza, la poesia, basta cercarle e sono veramente ovunque. E se non abbiamo voglia di cercarle arrivano da sole, basta accoglierle: sono due ragazzini con la chitarra sul balcone, il vicino che ti libera da un finto addetto Enel, una macchina gialla che sorride per farti attraversare, le unghie appena tagliate e limate, il profumo dell’acqua di rose.

Che fatica essere lui, quello che cammina sempre, che urla alle persone. Giovane, carino, vestito bene, dev’esserci per forza chi lo accudisce. Però matto, matto o tossico, pronto a inveire e a questuare per poi esplodere. Già alle sette del mattino è costretto a camminare, forse perché il suo peggior nemico, se stesso, non gli dà tregua. Oppure è sua mamma, sua zia o qualcuno che lo ama a forzarlo. Cammina e non sa perché, come il nipote delle vecchine di “Arsenico e vecchi merletti”, che costruiva il Canale di Suez ignaro del piano delle ziette. Immagino con quanta compassione lo spediscano a calpestare le strade d’Imperia a quell’ora.

Davanti alla stazione ferroviaria ormai in disuso c’è un furgoncino da lavoro – il classico camioncino bianco tipo Fiorino –  parcheggiato regolarmente e coi vetri chiusi. Dentro, un uomo sulla cinquantina in tenuta da operaio, maglia rossa sbrindellata e mani raspose, abbraccia e bacia un’esile figura arrendevole, un flauto traverso abbandonato alle sue dita appassionate quasi lo guidassero alla Scala. Il suono, ovattato, è irrilevante rispetto all’impegno di studio. E questa per me è poesia, ca°°o, questa è poesia!

Oggi cercavo un’idea e ne ho trovato due. Come dicono i miei gatti: “Se non ti viene in mente niente… pensa alla mamma”. Due mamme diverse, una per racconto.

La prima fa il bene del figlio nonostante il contesto in cui vive, e quando capisce che l’unico modo per salvarlo è ribaltarne i modelli… compie un gesto estremo (no, non si ammazza) e bizzarro.

L’altra mamma, all’opposto, dietro una parvenza di bene sta danneggiando il piccolo, lo sta danneggiando per sempre.

– Ma oggi non è la festa della mamma. E poi che noia, sempre a dare la colpa alle mamme…

– Nessuna delle due ha colpa. O forse sono colpevoli entrambe. Chi non lo è? Del resto, se ti assumi la responsabilità di un’altra persona hai più possibilità di fortuna, il doppio delle possibilità, il doppio delle soddisfazioni e delle gioie. Ma hai anche doppi dolori, doppie colpe e sfighe. Se hai accettato la scommessa, un po’ te la sei voluta. Nella vita sei stata sempre una poveraccia che si è dovuta conquistare tutto: perché ai tuoi figli, con lo stesso DNA e la stessa incapacità d’imparare dagli errori, dovrebbe andare meglio? A meno che…

– A meno che non li adotti?

– A meno che tu non decida di offrire loro qualcosa di diverso rispetto a quello che hai avuto. Ma non è detto che sia la soluzione.

– E non è detto che sia quello che vogliono loro.

– – Me ne frego, sono i miei personaggi e fanno quello che dico io!

Quello che dico io.

 

 

 

 

 

 

 

Falciata al Calvino

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Passate le 18, passato luglio, passato il lockdown, passato il Calvino. Anzi no, il Calvino col cavolo che l’ho passato. Ho appena ricevuto la scheda di lettura: condivido molte critiche, ma non accetto che certe scelte lessicali siano additate come imprecisioni. Pazienza, tanto non avrei vinto lo stesso. è (ma come si inserisce la “è” maiuscola su wordpress?) facile che abbiano ragione, ho scritto un romanzo con evidenti debolezze. Forse anche di struttura. Eppure – come per fortuna mi è stato riconosciuto – presenta diversi punti di forza. Bene, partirò da quelli per andare avanti, per scrivere una nuova storia e trasformarla in romanzo.

Intanto mi godo l’aria fresca d’Imperia, questi due strani gatti neri dei boschi e i tanti appunti che ho trafugato dal mio passato.

Potrei proporre un racconto a una rivista, con l’Almanacco Guanda ha funzionato.

Tra una canzone natalizia e un film freddo, in questo agosto butterò giù il soggetto della mia prossima storiaccia autunno-inverno.

E imparerò a digitare un po’ più in fretta, magari utilizzando dita che non siano le solite due.

Bene, cominciamo: oggi copierò gli appunti su un uomo privato dalla religione della possibilità di essere un tizio qualunque.

– Perché, la religione ha ancora tanto potere? Se non se la fila nessuno! Di sicuro sarà stato un prete a privarlo di certi privilegi, non la Religione con la R grande. E poi perché vuole essere un tizio qualunque? L’alternativa è brutta? Disdicevole?

– No, l’alternativa non è malaccio, nessuno gli toglierebbe niente. E ti assicuro che il tizio ha un bel po’ di cose. Ma si sentirebbe un outsider, il solito escluso che tutti sembrano invidiare ma poi la domenica tutti a messa e pranzo da nonna.

– Quindi il nostro amico vorrebbe essere come gli altri? Perché, la domenica niente messa e digiuno?

– A casa sua la domenica si legge, si fa un piccolo circolo di lettura in famiglia, e… ma no, cosa ti racconto, non è questo il problema. Il fatto è che non riesce a entrare nel gioco, non ha la fede. E quindi tutto gli sembra strano. Se poi ci metti che i genitori l’hanno abituato a ragionare con la propria testa, a dire e a fare quel che pensa e a dare il giusto peso a persone e cose, capisci bene che il disastro è assicurato.

– A me sembra un gran figo, ce ne fossero…

– Tu ne vedi tanti così, in giro?

– No ma vorrei…

– Starebbe sulle palle anche a te al primo: “Sei come il mondo: abbracci tutto ma non stringi niente”. E se non al primo, al secondo commento antipatico. Così lui resta solo. Solo e incapace di mimetizzarsi.

– Quindi il racconto è sui suoi tentativi di farsi degli amici, meglio se devoti?

– No, non c’entra niente. è (maiuscola) su di lui che ogni santa volta cerca di accaparrarsi un sacramento e gli viene negato.

– Ma non avevi detto che… Va beh, fa niente, lo leggerò sulla rivista.

– Sempre che me lo pubblichino.

– Sempre che tu lo scriva.

Sempre che io lo scriva…